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di Simone Zuccarelli

L’imprevedibilità connessa con l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca ha messo in allarme un numero consistente di attori internazionali. Tra essi è indubbiamente collocabile l’Iran – uno degli Stati sui quali si sono concentrati gli affondi del tycoon in campagna elettorale – la cui rilevanza nella visione di politica estera trumpiana è ben evidenziata all’interno dell’ultimo libro del neoeletto Presidente – Crippled America: How to Make America Great Again – che, a tale riguardo, si apre con un duro attacco all’“Iran Deal” (siglato il 14 luglio 2015), indicato come «one of the worst agreement in our history» [1]. Nel volume vengono sottoposti a critica, allo stesso tempo, sia il Paese mediorientale – considerato inaffidabile e pericoloso – sia la politica perseguita dal suo predecessore che, al contrario, ritiene il JCPOA un importante successo della diplomazia e il miglior strumento per prevenire l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran e provare a stabilizzare l’arena mediorientale [2].

Il rebus levantino –  La volatilità nel teatro mediorientale conduce a rapidi mutamenti della situazione sul campo e ciò spinge a un riadattamento costante della strategia dei vari attori coinvolti. In particolare, nel periodo intercorso tra l’accordo sul nucleare e l’insediamento di Donald Trump il rapporto di forza tra Stati Uniti e Iran all’interno del sistema regionale mediorientale – quantomeno nella percezione di Washington – è tornato a spostarsi a favore di quest’ultimo. Se nel luglio 2015, infatti, Teheran si trovava in una situazione complessa – sia economicamente, venendo da anni di recessione e con miliardi di asset bloccati all’estero, sia strategicamente, con l’ascesa dello Stato Islamico (IS) a minare la stabilità del vicino Iraq e con l’alleato siriano prossimo al crollo – che ha contribuito a rafforzare la volontà iraniana di continuare collaborare con il format P5+1, a un anno e mezzo di distanza la situazione è notevolmente mutata: l’economia iraniana, infatti, è in ripresa – complice la parziale eliminazione delle sanzioni economiche, una maggiore apertura al mercato globale e lo blocco di miliardi di dollari congelati all’estero [3] – mentre l’intervento russo in Siria (settembre 2015) ha portato alla stabilizzazione del regime di Bashar al-Assad – pedina fondamentale all’interno della mezzaluna sciita – e all’indebolimento di alcuni rivali geopolitici dell’Iran, Arabia Saudita in testa, che hanno investito molto sulla possibilità di una vittoria della galassia sunnita in Siria.

L’accordo sul nucleare, tuttavia, non ha condotto a una postura più distensiva dell’Iran nei confronti degli Stati Uniti né ha spinto il Paese a un minore attivismo regionale – considerato nocivo da Washington per i suoi interessi. Lo stesso presidente Obama, fautore della linea conciliatoria, ha – neanche dopo un anno dalla firma dell’JCPOA – criticato Teheran, sostenendo che il persistente sostegno a Hezbollah – considerato gruppo terroristico dagli statunitensi e una delle principali minacce per gli alleati israeliani – i ripetuti test di missili balistici e altri comportamenti aggressivi [4] sono in contrasto con lo spirito del deal [5]. Anche in risposta all’agire iraniano, il Congresso americano ha rinnovato (dicembre 2016) – senza la firma di Obama – l’Iran Sanctions Act (ISA) con l’obiettivo di assicurare che il «President-elect Trump and his administration have the tools necessary to push back against the regime’s hostile actions» [6]. Tale scelta è stata duramente criticata da Teheran che considera il rinnovo una violazione dell’Iran Deal. Nonostante la questione sia stata momentaneamente accantonata – con gli Stati Uniti che hanno assicurato che l’ISA non impatta con gli impegni presi nel JCPOA e l’Iran che ha deciso di non ricorrere al meccanismo di risoluzione delle controversie previsto dall’accordo [7] – ciò costituisce un ulteriore tassello che non contribuisce al miglioramento delle relazioni tra le parti. Né può contribuire alla distensione il nuovo botta e risposta irano-statunitense, con l’amministrazione Trump che ha varato un nuovo pacchetto di sanzioni in risposta ai continui test missilistici iraniani [8].

L’incognita Trump – Se il parziale mutamento nello scacchiere mediorientale ha posto gli Stati Uniti in una posizione più complessa anche verso la Repubblica Islamica, ciò non sembra comunque sufficiente per condurre al fallimento dell’accordo. In una precedente analisi, però, evidenziavamo ulteriori circostanze che avrebbero potuto guidare verso tale esito: tra esse, il persistere di un agire iraniano non in linea con le aspettative americane, l’ascesa di una presidenza statunitense più propensa a una retorica bellicista e, infine, il ritorno alla presidenza iraniana di un “conservatore” nelle elezioni previste per maggio di quest’anno [9]. Le tre variabili si mostrano interconnesse. Il disinteresse iraniano verso un mutamento della postura nell’area ha rafforzato lo scetticismo di numerosi policy maker e analisti nei confronti del deal. Tale sfiducia ha trovato espressione durante le primarie repubblicane – apparendo come una issue capace di unire tutti i candidati – ed è arrivata alla Casa Bianca con l’elezione di Donald Trump. Il possibile ritorno di una retorica ostile alla Repubblica Islamica, poi, potrebbe favorire l’ascesa dei “conservatori” assestando, così, un ulteriore colpo al traballante accordo.

Se si dovesse prospettare la futura postura dell’amministrazione Trump partendo unicamente dalle dichiarazioni rilasciate in campagna elettorale e dalle posizioni pregresse espresse dai nuovi vertici governativi, bisognerebbe concludere che i rapporti tra Iran e Stati Uniti nei prossimi quattro anni sono destinati a peggiorare. Oltre al neoeletto Presidente, infatti, anche la nuova squadra di governo – congiuntamente con la maggioranza repubblicana al congresso – è assestata su posizioni di ostilità nei confronti di uno dei principali risultati della amministrazione precedente. Alcuni esempi risultano particolarmente esplicativi: il nuovo Segretario alla Difesa James Mattis considera l’Iran come «the single most enduring threat to stability and peace in the Middle East» [10]; Mike Pompeo – nominato a capo della CIA – ha paventato la possibilità di un «roll back» del JCPOA, sostenendo, inoltre che «Congress must act to change Iranian behavior, and, ultimately, the Iranian regime» [11];  Michael Flynn – National Security Advisor dimessosi il 13 febbraio scorso – ha severamente criticato il regime degli Ayatollah in The Field of Fight, libro da lui scritto congiuntamente con Michael Leeden – analista neoconservatore altrettanto ostile verso Teheran [12]. In aggiunta, ambedue le camere del Congresso sono sotto il controllo del Partito Repubblicano, assestato su una piattaforma di aperto contrasto all’influenza iraniana in Medio Oriente e alle politiche distensive obamiane [13] – criticate, tra l’altro, anche da influenti esponenti del Partito Democratico [14].

Coerentemente con la visione regionale repubblicana, poi, la nuova amministrazione ha annunciato l’intenzione di offrire un sostegno più deciso a Israele. Trump, a tale riguardo, ha espresso varie volte il proponimento di spostare l’Ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme [15] – un’ipotesi che, anche se per ora solo paventata, ha già spinto palestinesi e giordani a incontrarsi per fare fronte all’evenienza [16] – e ha, in linea con le posizioni israeliane, espresso profonde critiche all’amministrazione Obama per la gestione del teatro mediorientale – e, precipuamente, del dossier iraniano. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, poi, sembra essere in sintonia con il tycoon: i due, oltre a conoscersi da anni, condividono simili visioni in merito alla politica da adottare nell’area [17]. La volontà di tornare a supportare con maggiore intensità l’alleato israeliano – che oltre ad aver subito un deal che parzialmente riabilita un Paese percepito come minaccia esistenziale ha dovuto assistere alla notevole crescita di Hezbollah, solido alleato iraniano nella galassia sciita e assurto ormai a primo pericolo per la sicurezza israeliana [18] – dunque, potrebbe essere un’ulteriore forza capace di spostare il pendolo da una posizione di maggiore apertura nei confronti di Teheran a una, inversa, più vicine alle posizioni muscolari dello storico alleato mediorientale.

Nel reticolato geopolitico globale – L’interconnessione globale e l’emergere di centri di potere antagonisti a quello americano, però, rendono complesso l’isolamento di un attore pivotale come l’Iran. La politica perseguita dalle amministrazioni statunitensi dalla fine della Guerra Fredda, infatti, ha sospinto sempre più l’Iran nella morsa cinese sia a livello economico che strategico, offrendo a Pechino una sponda per iniziare l’insediamento nell’area. Se nel 2000 l’Iran esportava il 35% dei suoi beni in Europa e da essa ne importava il 46% (con una Cina poco rilevante), negli ultimi quindici anni l’ascesa del gigante asiatico è stata implacabile. Gli ultimi dati sono esplicativi in tal senso: l’Iran ora importa il 45% dei beni dalla Cina (nel 2000 era 5,1%) e verso essa esporta il 49% della sua produzione (4% nel 2000). L’Europa in toto ora rappresenta il 20% dell’import e il 3,8% dell’export iraniani [19]. A seguito della guerra in Ucraina, poi, Mosca si è avvicinata sempre più all’asse economico Teheran-Pechino, andando sempre più a costituire un triangolo oramai geostrategico incuneatosi a guardia dell’Heartland mackinderiano: «[L]ike the other ambitious power jostling for position in the world, Iran looks for partners with shared interests, or at least shared opponents» [20]. Nonostante la triade sia tutt’altro che congiunta – in quanto permangono dissidi rilevanti al suo interno, soprattutto tra Cina e Russia – la minaccia in potenza non è sottovalutabile: «[T]he most dangerous scenario would be a grand coalition of China, Russia and perhaps Iran, an “antiegemonic” coalition united not by ideology but by complementary grievances» [21].

Durante la presidenza Obama è possibile evidenziare nella grand strategy americana il tentativo di impedire la giunzione del triangolo sopra presentato: mentre l’obiettivo prioritario è diventata la Cina (Pivot to Asia), infatti, con la Russia si è cercato il reset (2009) e con l’Iran un accordo capace di riabilitarlo e reinserirlo nelle dinamiche di sicurezza mediorientali. La politica attuata, però, si sta rivelando inadatta allo scopo: mentre con la Russia è tornato il gelo dopo il conflitto in Ucraina e l’annessione della Crimea (2014), l’Iran non sembra intenzionato ad abbandonare l’asse con la Cina e le sue aspirazioni regionali che, anzi, in seguito allo sblocco degli asset congelati e alla stabilizzazione di Assad – avvenuta in seguito all’intervento russo, chiusura ideale di quanto sopra presentato –, trovano ora nuova linfa. Se gli Stati uniti, da una parte, non possono consentire il congiungimento di un simile blocco eurasiatico, dall’altra un contenimento plurimo rischierebbe di trascinarli verso l’overstretching.

Il futuro assetto mediorientale – Per gli Stati Uniti, alla luce di quanto appena esposto, sarebbe geopoliticamente poco avveduta una politica estera che andasse a inasprire i contrasti con tutti i componenti della triade. Nonostante la dura retorica adottata in campagna elettorale, l’Iran potrebbe essere l’attore più adatto per una politica volta a insinuarsi nel blocco in fieri. L’ex Persia, infatti, è, tra i tre, il meno idoneo – per via delle limitate capabilities detenute – a portare una sfida globale agli Stati Uniti [22]: non è né un rivale economico (a differenza della Cina) né un rivale militare (a differenza di Mosca e Pechino). Inoltre, seppur rimane una delle principali – se non la principale – minacce agli interessi americani in Medio Oriente essa risulta innanzitutto, come sopra esposto, più limitata rispetto alle sfide lanciate dalla Russia in Europa e dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale, secondariamente, è collocata in un’area che sta perdendo importanza per Washington [23] e, infine, il blocco sciita iraniano è comunque controbilanciato dal blocco sunnita – oltre che da Israele – che, a livello di numerosità dei fedeli e dei Paesi di diffusione, lo sovrasta nettamente. L’Iran diverrebbe minaccia globale unicamente qualora si congiungesse saldamente con Russia e Cina, chiudendo la porta verso il cuore dell’Eurasia agli Stati Uniti.

È ipotizzabile, dunque, che dovendo confrontarsi con sfide più pressanti in altri teatri, la nuova amministrazione opti per un approccio senza dubbio di maggior sostegno ai propri partner nell’area – primo tra tutti Israele – e volto a controbilanciare l’aumentata influenza iraniana ma, in ogni modo, nel rispetto del JCPOA siglato nel 2015 e con l’ambizione di riportare Teheran a un approccio maggiormente cooperativo verso l’“Occidente”. Oltre a evitare una saldatura geopolitica negativa, infatti, ci sono ulteriori motivi che potrebbero portare Washington ad adoperarsi per la reintegrazione iraniana. In primis, l’Iran, dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti e fino alla rivoluzione khomeinista, è stato un solido alleato occidentale che ha presieduto a un Medio Oriente più stabile, ha impedito all’URSS l’accesso ai “mari caldi” e ha intrattenuto rapporti amichevoli con Israele. Tornare a tale condizione sarebbe l’optimum per gli Stati Uniti in quanto permetterebbe loro uno sganciamento ulteriore dall’area e garantirebbe, allo stesso tempo, sia la stabilità complessiva della regione sia la sicurezza di Israele. In secundis, un approccio più aperto potrebbe aiutare i “moderati” a mantenere il potere: un tale Iran ha già mostrato una più alta propensione al dialogo con l’“Occidente”; l’irrigidimento interno, al contrario, allontanerebbe la prospettiva di una reciproca comprensione e tolleranza tra i due schieramenti – seppure non dovrebbe condurre, in assenza di altre evenienze, all’uscita dal JCPOA in quanto la necessità di giungere a un accordo è stata avvertita precedentemente all’avvento di Rouhani alla presidenza [24]. Un Iran più disponibile al dialogo, inoltre, potrebbe divenire una pedina importante anche nella gestione del rebus afghano: qualora la cooperazione tra Teheran e Washington si rafforzasse, infatti, l’apporto iraniano potrebbe essere rilevante per contribuire a stabilizzare un Paese oramai cronicamente instabile [25].

Predire la strada che gli Stati Uniti seguiranno nei prossimi quattro anni – dato che all’alone di incertezza che avvolge usualmente le relazioni internazionali si assomma quello che circonda la figura del nuovo Presidente – è impresa indubbiamente ardua: le variabili in gioco sono numerose e passibili di un rapido mutamento, soprattutto con riferimento al teatro mediorientale. Come sostenuto anche dal nuovo Segretario della Difesa – attestato, come sopra riportato, su posizioni ostili al deal –, però, nonostante l’imperfezione del JCPOA «when America gives her word, we have to live up to it and work with our allies» [26]. Inoltre – prescindendo dall’opzione militare – sarebbe difficile per la nuova amministrazione trovare un valido sostituto all’Iran Deal che, quantomeno, consente un controllo del programma nucleare iraniano con stringenti limitazioni sullo stesso. Oltre a ciò, l’accordo, avendo natura multilaterale, difficilmente potrà essere stralciato dagli Stati Uniti senza il consenso delle altre potenze coinvolte: in caso contrario rischierebbero un isolamento diplomatico sulla questione difficilmente sostenibile – a tale riguardo gli alleati europei, che desiderano tornare al business as usual con Teheran, hanno già mostrato la loro indisponibilità ad appoggiare Washington qualora volesse ritirarsi dall’accordo [27].

È da capire, qualora fosse questa la via perseguita, come ciò andrà a impattare sulle relazioni tra Israele e Stati Uniti. Netanyahu, infatti, non ha mai smesso di criticare l’accordo sul nucleare e ha suggerito che discuterà con Trump sulle possibilità per smantellarlo [28]. Il neoeletto Presidente, però, potrebbe riuscire nel suo intento di rafforzare i rapporti con Israele pur senza venire meno al JCPOA: essendo, Hezbollah una delle principali minacce – la prima se vengono considerati solo gli attori non statuali – per gli israeliani ed avendo quest’ultimi intenzione di proseguire nella costruzione di insediamenti in Cisgiordania, la nuova amministrazione statunitense potrebbe appoggiare un’azione israeliana portata ai danni della formazione sciita – o ai danni di Hamas –, evitare di porre questioni di legalità sui nuovi – e vecchi – insediamenti e rafforzare il tutto attraverso un maggiore sostegno in campo economico, tecnologico e militare. Ottenere un assenso israeliano sul mantenimento dell’Iran Deal in cambio di alcune concessioni su altre tematiche ritenute vitali per la propria sicurezza potrebbe, perciò, appagare Israele.

Resta inteso, tuttavia, che, anche in risposta alla differente visione portata da Trump alla Casa Bianca, all’Iran verranno concessi minori spazi di manovra in Medio Oriente. Per questa ragione è basilare monitorare almeno altre due variabili. Innanzitutto, per la prosecuzione dell’accordo è necessario il consenso di tutte le parti in gioco: qualora Teheran, per motivi interni o geostrategici, ritenesse l’irrigidimento americano – ad esempio una maggiore libertà di manovra concessa a Israele – inadeguato al perseguimento dei suoi interessi potrebbe optare per una ritirata dall’accordo – anche se, attualmente, tale ipotesi appare remota. La seconda questione, invece, concerne il triangolare formato da Cina, Iran e Russia. Escludendo Pechino – la principale sfida all’egemonia americana attualmente e nei prossimi anni – gli Stati Uniti dovrebbero optare, dietro concessioni reciproche, a una parziale distensione con Iran o Russia [29]. È difficile ipotizzare una simile esito verso ambedue gli attori menzionati: ciò non comporterà automaticamente una improbabile amicizia con il Paese prescelto, ma potrebbe significare un’accentuazione della postura assertiva nei confronti dell’escluso. Nonostante per ragioni geostrategiche – in linea con la postura obamiana e in contraddizione con le dichiarazioni della campagna elettorale – lo Stato da, quantomeno, tollerare dovrebbe risultare l’Iran, qualora la Russia fosse disposta a rilevanti concessioni e scegliesse la via del riavvicinamento con l’“Occidente” – sulla quale l’amministrazione Trump proverà a spingere [30] – allentando i vincoli con Iran e Cina, potrebbe diventare proprio quest’ultima la pietra angolare del nuovo assetto geostrategico eurasiatico. In tale evenienza – per ora più che remota – la situazione per Teheran potrebbe farsi assai complicata.

* Simone Zuccarelli è OPI Contributor

[1] Donald J. Trump, Crippled America: How to Make America Great Again, Threshold Editions, 2015, p. 1.

[2] Office of the Press Secretary, Statement by the President on the One Year Anniversary of the Joint Comprehensive Plan of Action, The White House, July 14, 2016.

[3] Iran’s economic outlook, The World Bank, October, 2016.

[4] Tra cui è possibile ricordare i vari episodi che hanno visto confrontarsi la marina americana e quella iraniana nelle acque del Golfo Persico o la duplice violazione dell’accordo sul nucleare nel 2016.

[5] J. Hattem, Obama: Iran not following ‘spirit’ of deal, The Hill, April 1, 2016.

[6] P. Zengerle, Extension of Iran Sanctions Act passes U.S. Congress, Reuters, December 1, 2016.

[7] R. Nasralla, Iran decides not to upset nuclear deal over U.S. sanctions extension, Reuters, January 10, 2017.

[8] R. Revesz, New Iran sanctions announced by US Treasury department after ballistic missile test, The Indipendent, February 3, 2017.

[9] S. Zuccarelli, L’Iran, Obama e lo scacchiere geopolitico statunitense, Osservatorio di Politica Internazionale (OPI), gennaio 12, 2016.

[10] M. Perry, James Mattis’ 33-Year Grudge Against Iran, Politico, December 4, 2016.

[11] R. Costello, Trump CIA Pick Hyped Facts On Iran, Downplayed Costs Of War, The World Post, November 23, 2016.

[12] «What will our lives be like if we lose this war? It’s actually a very easy question to answer: we’d live the way the unfortunate residents of the “caliphate” or the oppressed citizens of the Islamic Republic of Iran live today, in a totalitarian state under the dictates of the most rigid version of Sharia. A Russian KGB or Nazi SS-like state where the citizens spy on one another, and the regime doles out death or lesser punishment to those judged insufficiently loyal». – M.T. Flynn, M. Leeden, The Field of Fight, St. Martin’s Press, 2016, p. 159.

[13] «The Middle East is more dangerous now than at any time since the Second World War. Whatever their disagreements, presidents of both parties had always prioritized America’s national interests, […] That sound consensus was replaced with impotent grandstanding on the part of the current President [Obama] and his Secretaries of State. The results have been ruinous for all parties except Islamic terrorists and their Iranian and other sponsors. We consider the Administration’s deal with Iran […] non-binding on the next president. […]  Because of it, the defiant and emboldened regime in Tehran continues to sponsor terrorism across the region, develop a nuclear weapon, test-fire ballistic missiles inscribed with “Death to Israel,” and abuse the basic human rights of its citizens». – GOP website.

[14] Numerosi senatori Democratici, ad esempio, hanno espresso sostegno alle nuove sanzioni imposte all’Iran per lo sviluppo del suo programma missilistico da parte dell’amministrazione Trump. Si veda J. Carney, Senators to Trump: We Support Additional Iran Sanctions, The Hill, February 2, 2017.

[15] I. Fisher, Trump Presidency Is Already Altering Israeli-Palestinian Politics, The New York Times, January 22, 2017.

[16] A. Issacharoff, Abbas meets Jordanian king on possible US embassy move, The Times of Israel, January 22, 2017.

[17] Trump invites Netanyahu to White House in phone call, The Times of Israel, November 9, 2016.

[18] Nel corso degli ultimi dieci anni Hezbollah – nonostante la risoluzione ONU 1701/2006 – ha continuato a incrementare il suo arsenale bellico, facendo costantemente crescere le preoccupazioni israeliane. L’Israel Defense Force ha stimato in 120.000 i missili posseduti da Hezbollah, diciassette volte in più rispetto allo stock del 2006. A conferma, il vice comandante delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha affermato che «the grounds for the annihilation and collapse of the Zionist regime are [present] more than ever» e che sono presenti in Libano «more than 100,000 missiles». Il gruppo libanese gode del sostegno diretto di Teheran.

Per approfondire:

[19] The Observatory of Economic Complexity.

[20] R. Kagan, The Return of History and the End of Dreams, Vintage Books, 2008, p. 48.

[21] Z. Brzezinski, The Grand Chessboard, Basic Books, 1997, p. 55.

[22] L’ultimo Defense Posture Statement redatto dal Dipartimento della Difesa Americano stila una lista delle minacce alla sicurezza Americana: al primo posto è collocata la Russia e, a seguire, la Cina; Iran, terzo posto, e Corea del Nord, quarto, sono classificate come minacce durevoli ma regionali. Viene ribadita la necessità di «deter Iranian aggression and counter Iran’s malign influence against our friends and allies in the region, especially Israel, to whom we maintain an unwavering and unbreakable commitment» ma la sfida, semplicemente per il suo essere regionale e non globale, è già posta a un livello inferiore rispetto a quelle portate da Russia e Cina. Per un ulteriore approfondimento può essere utile consultare il seguente assessment che, sostanzialmente, riprende e amplifica quanto sostenuto nel documento del DoD. A.A.V.V., Index of U.S. Military Strength, The Heritage Foundation, 2016.

[23] «Third, the stunning collapse of energy prices and the likelihood of a protracted oil glut cast doubt on the strategic rationale that has underpinned U.S. involvement in the region since 1945. The United States no longer imports significant amounts of Middle East oil or gas, and the risk of a significant cutoff is lower now than at any point in recent memory. And if the United States is increasingly capable of energy independence (and looking for ways to reduce reliance on fossil fuels over the longer term), it is not clear why it should continue to spend billions defending Middle East energy supplies on behalf of other countries». S.M. Walt, The United States Should Admit It No Longer Has a Middle East Policy, Foreign Policy, January 29, 2016.

[24] In particolare, la postura dura tenuta durante la campagna elettorale da Trump sembra favorire le istanze più estreme nella società iraniana. La Guida Suprema Khamenei, ad esempio, vede rafforzata la sua posizione caratterizzata da ostilità idelogico-valoriale verso il “Grande Satana”: «He will have the most cartoonish American enemy, he will exult in the (hopefully brief) crash of the American economy, and he will be able to walk away from Iran’s obligations under the JCPOA while pinning the responsibility on Washington». Nonostante la retorica bellicose, però, è necessario ricordare che i primi incontri tra iraniani e statunitensi si sono svolti, segretamente, verso la fine della presidenza Ahmadinejad: come ricordato nella nostra precedente analisi, dunque, l’Iran sembra orientato, a prescindere dalla postura più o meno distensiva mostrata, a mantenere il deal.

[25] A.A.V.V., Iran’s Influence in Afghanistan, RAND Corporation, 2014.

[26] M.R. Gordon, H. Cooper, James Mattis Strikes Far Harsher Tone Than Trump on Russia, The New York Times, January 12, 2017.  

[27] L. Norman, J.E. Barnes, Federica Mogherini, Top EU Diplomat, Says Bloc Is Prepared for Trump, The Wall Street Journal, December 14, 2016.

[28] M. Pengelly, Netanyahu aims to discuss ‘various ways’ to undo Iran deal with Trump, The Guardian, December 11, 2016.

[29] È inteso che tale previsione è fatta ipotizzando un comportamento razionale da parte dell’amministrazione Trump e prescindendo dalla volontà dei singoli attori coinvolti e dalle ulteriori variabili in gioco. Qualora Cina, Iran e Russia preferissero perseguire la via del rafforzamento dei legami reciproci e proseguissero con politiche percepite come attacchi agli interessi nazionali degli Stati Uniti, questi ultimi non potrebbero tenere altra postura che quella volta al contrasto attivo di tutti e tre gli attori. Tale ipotesi non è remota in quanto, dato il mutamento a livello di potere relativo globale, Pechino, Mosca e Teheran potrebbero ritenere più vantaggioso per i loro interessi tentare il controbilanciamento di Washington piuttosto che scendere a patti con essa.

[30] In quanto uno dei mantra per Trump è «massimizzare le opzioni disponibili»: per questa ragione non è possibile escludere sostanzialmente nulla a priori quando si analizzano le possibili scelte del tycoon. Si veda R. Feloni, Donald Trump’s core business philosophy from his bestselling 1987 book ‘The Art of the Deal’, Business Insider, June 16, 2015.

Photo Credit: The Associated Press

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