ucraina-aiuti-umanitari-650x274Cosa si intende quando si parla di “aiuti internazionali”? Qual è la differenza sostanziale fra i due principali attori, quali beneficiario e benefattore, e la cornice, nonché mezzi e fini, del fenomeno in oggetto? Parte proprio da queste domande l’analisi in questione. In primo luogo, si parla di “aiuti” quando esiste una relazione tra due attori, per volontà di uno nei confronti dell’ altro; o meglio, come in questo caso, quando un paese “ricco”, in qualità di benefattore, coglie quali siano le necessità del paese “povero”, quale beneficiario, e cerca, attraverso interventi economici, sociali, sanitari, culturali, di soddisfarle. “Internazionali”, invece, perché si parla di rapporti tra potenze mondiali e non, ma allo stesso tempo perché tali aiuti rientrano in quelle politiche denominate “estere”, cioè che riguardano la prospettive fuori dai confini dello Stato. Morgenthau pose la sua attenzione sulla politica estera affiancandole il concetto di “sviluppo”. Ma come avviene tutto ciò?

Peter Bauer parlando di “trasferimento di risorse dal contribuente di un paese donatore al governo di un paese beneficiario”, andava a toccare argomenti di fondamentale importanza, quali origini e fini delle politiche di sviluppo. Quando si parla di aiuti, infatti, si può intendere:

  • aiuti umanitari: volti a colmare la vulnerabilità a conflitti o a disastri naturali di determinati territori;
  • aiuti d’emergenza: cioè finanziare quei paesi con deficit in risorse di prima necessità;
  • aiuti alimentari: assistenza periodica in seguito a carestie e/o invio di risorse alimentari
  • aiuti di sviluppo: assistenza a lungo termine su crisi sociali, sostegno ambientale, tutela dei diritti umani, attraverso progetti di cooperazione o di sovvenzione in maniera bilaterale( da benefattore a beneficiario), o in maniera multilaterale (da benefattore a organizzazioni che redistribuiscono le risorse trasferite in base alle esigenze dei territori sotto osservazione).

Quanto detto, avviene mediante fonti per l’ 80% governative, per il 20% da ONG (Organizzazioni non governative), alle quali si aggiungono quelle risorse, soprattutto economiche, che i migranti lavoratori inviano alle proprie famiglie nei paesi beneficiari. Inoltre, non è da sottovalutare il ruolo della politica quando si parla di aiuto e sviluppo. Non a caso, le principali motivazioni che danno vita a determinati aiuti sono, principalmente:

  1. solidarietà: per disastri ambientali e/o conflitti;
  2. equilibrio mondiale: in seguito ad eccessive disuguaglianze globali;
  3. riparazione: a favore di territori che hanno tratto svantaggi da politiche coloniali preesistenti.

In base alle motivazioni si parlerà di aiuti contingenti (per problemi specifici), aiuti strutturali (per il raggiungimento di un’ autonomia di governo) e aiuti politico-culturali (esportazione di modelli culturali e politici per sostituire i modelli precostituiti, ma deboli, nei territori interessati). In realtà la connessione con la politica si evidenzia già con Hancock quando parla di “aiuti corrotti e abusati”, descrivendo una certa “dipendenza” del beneficiario dal benefattore, tanto da introdurre la suddetta “etica della scialuppa di salvataggio” e andando ad incentivare l’ analisi di Opeskin sull’“obbligo d’ umanità”. A tal proposito, il presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà, Giulio Marcon, nel suo libro intitolato “Le ambiguità degli aiuti umanitari” parla di perdita della dimensione etica, perdita della partecipazione volontaria e delle motivazioni disinteressate; parla di politiche di sviluppo economico che aumentano povertà, ingiustizia, disuguaglianza e che vanno ad erodere i diritti per i quali il “terzo settore” si batte; tutto ciò è attuato in nome di “partnership,modernizzazione, good governance” come delineato da Meggie Black.

Analizzando invece quanto raccontato da Paolo Palazzi ne “L’ economia come scienza sociale e politica”, ci sono obbiettivi secondari interni alle politiche estere, e si tratta di penetrazione e condizionamento economico e politico, e sviluppo produttivo a vantaggio del “benefattore”, lasciando il potere decisionale in mano ai paesi donatori o alle organizzazioni interessate, ed il potere gestionale degli aiuti ai paesi donatori affiancati da quelli riceventi. L’ambiguità in questo meccanismo sta nel fatto che se si facesse un’analisi totale del potere, in merito a determinati interventi, il solo paese ad avere un vero e proprio ruolo centrale è il “donatore”, affiancato da alcune organizzazioni. Oltre a Marcon e Palazzi, anche l’economista statunitense William Easterly ha voluto esprimersi sulla questione delle ambiguità e sui secondi fini degli aiuti umanitari, nel suo libro intitolato “The White Man’s Burden – Why the West’s efforts to aid the rest have done so much ill and so little good” (Il fardello dell’uomo bianco – Perché i tentativi dell’Occidente di aiutare il resto del mondo hanno prodotto così tanto male e così poco bene). Easterly mette a confronto i pianificatori e i ricercatori, il male e il bene quindi, e porta il mondo a conoscenza, secondo quanto ha lui stesso appreso in 16 anni di lavoro come “research economist” presso la Banca Mondiale, del contrasto fra le suddette parti. Premesso, infatti, che secondo le sue analisi l’occidente non potrà mai esportare tanta ricchezza da riuscire a colmare la povertà del resto del mondo, l’economista evidenza come una soluzione sarebbe quella di far “progettare” l’intervento adeguato a ricercatori locali, i quali sono in netta contrapposizione con quelli che sono identificati come “planners”, cioè coloro che sostengono che la povertà è estinguibile grazie a manovre forzate ma efficaci. Così facendo, si creerebbe un teatro politico, in quanto nessun paese, nessun planner, nessun economista è in grado di possedere tante informazioni quante ne siano necessarie per trasformare società differenti, tanto meno possibile è ricostruirle sulla base della cultura occidentale. Invece “i ricercatori – scrive Easterly – hanno un approccio molto più pragmatico, più decentralizzato. Cercano delle soluzioni concrete a problemi circoscritti, come ha fatto Muhamed Yunus in Bangladesh creando la Gramen Bank, la prima banca per il microcredito. E’ questa la strada. L’aiuto deve rispondere, caso per caso, ai bisogni locali ed essere sottoposto a una verifica sistematica”. In definitiva, la critica che il docente della New York University sottopone agli aiuti umanitari consiste nella scarsa programmazione e nell’inesistente controllo e, non a caso, promuove due passaggi fondamentali per essi:

  1. feedback: cioè valutare l’efficacia di ogni singolo contributo e di ogni azione;
  2. accountability: vale a dire responsabilità del lavoro svolto, anche in assenza di efficacia.

Oggi però viene riscosso, malauguratamente, ciò che Easterly descrive con queste parole:

“L’Occidente ha già speso 2.300 miliardi di dollari per gli aiuti umanitari negli ultimi cinquant’anni, e ancora non è riuscito a far avere a tutti i bambini medicine dal costo di 12 centesimi per prevenire le morti per malaria. L’Occidente ha speso 2.300 miliardi e non è ancora riuscito a far avere reti per il letto dal costo di 4 dollari alle famiglie povere. L’Occidente ha speso 2.300 miliardi e non è ancora riuscito a far avere alle madri tre dollari a testa per prevenire la morte di cinque milioni di bambini. E’ una tragedia che così tanta compassione non porti neanche questi risultati minimi per chi ne avrebbe bisogno.[…] “Quasi tre miliardi di persone vive con meno di due dollari al giorno. 840 milioni di persone nel mondo non hanno abbastanza soldi per mangiare.  Dieci milioni di bambini muoiono ogni anno per disastri facilmente prevenibili. L’ AIDS uccide tre milioni di persone all’anno ed il dato è ancora in crescita. Un miliardo di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile; due miliardi non hanno accesso alla sanità. Un miliardo di adulti sono analfabeti e circa un quarto dei bambini nei paesi poveri non finisce la scuola primaria.”

(William Easterly, intervento al Senato degli USA, 28 marzo 2015)

Il docente utilizza sicuramente termini crudi che delineano un retroscena terribile, soprattutto se si parla di aiuti umanitari. Riguardo ai meccanismi di intervento, invece, colui che si affida, per la sua organizzazione, a operazione di feedback e di accountability, è Gino Strada, chirurgo di guerra, pacifista italiano e fondatore dell’ Ong “Emergency”. Prendendone esempio, possiamo affermare che, sugli studi economici di Diamond, Mortensen e Pissarides (trio vincitore del premio Nobel per l’economia con la “matching theory”), ciò che porterebbe a una crescita di sviluppo sostanziale in determinati territori è proprio un’azione denominata matching, vale a dire instaurare una complementarietà di armonia reciproca sulla base della collaborazione economica. Quest’ultima può avvenire fra due paesi benefattori, così da non sviluppare la creazione di un “paese scialuppa” (rifancendosi alla lifeboat ethics) e di conseguenza permettere ai due benefattori di trasferire solo una parte delle proprie risorse “utili” (secondo quanto detto da Singer in chiave utilitaristica) al beneficiario. E’ opportuno quindi riprendere il concetto trattato da Rawles, ovvero quello di cultura politica, cioè l’insieme di modelli cognitivi e valutativi relativi ad aspetti del mondo, che assumono direttamente o indirettamente rilevanza politica. Tale rilevanza, in questo caso, è costituita proprio da un benefattore che rende possibile il raggiungimento di un’autonomia di governo, auspicabilmente democratico e liberale sulla base del proprio modello, in un paese beneficiario, escludendo rapporti di dipendenza economica e politica. Questo è possibile se, come quanto analizzato da Rawles, siano evidenti:

  • le esigenze politiche del benefattore e quelle del beneficiario;
  • le nette differenze economiche, sociali, culturali, e sanitarie tra i due attori.

La cultura politica, in questo caso, svolgerebbe il ruolo di ciò che l’economista britannico Keynes chiama Big Push, cioè una grande spinta collettiva che intervenga, non in specifici settori, ma nell’insieme della logica circolare dello sviluppo, quindi avente un impatto sistematico.

20 ANNI DI EMERGENCY, NEL SEGNO DELLA CULTURA DELLA PACENel frattempo, nell’ambito degli aiuti medico-umanitari, in particolare quelli sviluppati contro la diffusione del virus Ebola tra l’autunno 2014 e la primavera 2015 in Sierra Leone, l’organizzazione internazionale Emergency, con UK-Med, l’ Oms (Organizzazione mondiale per la sanità) e il BMJ (British Medical Journal), ha concordato, sulla base del matching attuato proprio con l’intervento nel medesimo paese, un “Manifesto per una medicina basata sui diritti umani”, a sessant’ anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, per incentivare un intervento medico – come dice Gino Strada – “più umano possibile” nel rapporto fra professionista e paziente. Il Manifesto è qui riportato:

“A seguito del seminario internazionale «Costruire Medicina in Africa. Principi e Strategie» ospitato presso l’Isola di San Servolo, Venezia, Italia, dal 14 al 15 maggio 2008, e in accordo con lo spirito e i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nella quale si afferma che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». (art. 1) «Ogni individuo ha il diritto…alle cure mediche» (art. 25) «Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo» (Preambolo)

DICHIARIAMO

il «Diritto ad essere curato» come un diritto fondamentale e inalienabile appartenente a ciascun membro della famiglia umana.

CHIEDIAMO QUINDI

la creazione di sistemi sanitari e progetti dedicati esclusivamente a preservare, allungare e migliorare la vita dei pazienti e basarsi sui seguenti principi:

Eguaglianza Ogni essere umano ha diritto ad essere curato a prescindere dalla condizione economica e sociale, dal sesso, dall’etnia, dalla lingua, dalla religione e dalle opinioni. Le migliori cure rese possibili dal progresso e dalla scienza medica devono essere fornite equamente e senza discriminazioni a tutti i pazienti.

Qualità Sistemi sanitari di alta qualità devono essere basati sui bisogni di tutti ed essere adeguati ai  progressi della scienza medica. Non possono essere orientati, strutturati o determinati dai gruppi di potere né dalle aziende coinvolte nell’industria della salute.

Responsabilità Sociale I governi devono considerare come prioritari la salute e il benessere dei propri cittadini, e destinare a questo fine le risorse umane ed economiche necessarie. I Servizi forniti dai sistemi sanitari nazionali e i progetti umanitari in campo sanitario devono essere gratuiti e accessibili a tutti.

In qualità di Autorità Sanitarie e Organizzazioni Umanitarie

RICONOSCIAMO

sistemi sanitari e progetti basati sui principi EQS (Eguaglianza, Qualità, responsabilità Sociale) che rispettino i diritti umani, permettano lo sviluppo della scienza medica e siano efficaci nel promuovere la salute rafforzando e generando risorse umane, scientifiche e materiali.

CI IMPEGNIAMO

a realizzare e sviluppare politiche, sistemi sanitari e progetti basati sui principi EQS;

a cooperare tra di noi per identificare bisogni comuni nel settore sanitario e programmare progetti congiunti.

FACCIAMO APPELLO

alle altre Autorità sanitarie e alle organizzazioni umanitarie perché firmino questo Manifesto e si uniscano a noi nel promuovere una medicina basata sui principi EQS; ai donatori e alla comunità internazionale perché sostengano, finanzino e partecipino alla progettazione e alla realizzazione di programmi basati sui principi EQS.”

Hanno finora sottoscritto, facendone riscuotere grande successo: Ciad, Egitto, Eritrea, Gibuti, Rep. Democratica del Congo, Rep. Centrafricana, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Uganda.

Nell’ epidemia in Sierra Leone, nonostante vari problemi burocratici furono riscontrati nella ricezione di fondi e medicinali provenienti dai paesi benefattori, il meccanismo di matching fra Emergency e UK-Med fu la pietra miliare dell’ operazione salvavita compiuta dalle organizzazioni in questione; ma è stato più volte marcato dallo stesso fondatore di Emergency che attuare un intervento umanitario, che sia di base medica, economica o politica, deve trascendere il distacco fra le varie classi sociali del paese beneficiario. Non a caso, il grande maestro di etica e medicina Giulio Alfredo Maccacaro, nel suo libro “A night to remember”, pubblicato cinquant’ anni fa e ripreso nell’ epilogo del libro “Zona Rossa” di Roberto Satolli e Gino Strada, iniziava con “non si insegna, non si divulga e quindi non si sa che la vita media non usava distinguere per classi sociali fino all’ inizio della rivoluzione industriale: è con questa che la morte e la malattia imparano a discriminare sempre più severamente e attentamente, entro una stessa collettività, tra ricchi e poveri…ci si ammala e si muore di classe, come sulla tragica tolda del Titanic”.

Dovremmo però ricordarci, in conclusione, delle parole dell’economista statunitense:

“Remember, aid cannot achieve the end of poverty. Only homegrown development base on the dynamism of individuals and firms in free markets can do that.”

*****

“Ricorda, l’aiuto non può raggiungere la fine della povertà. Solo il locale sviluppo di base sul dinamismo degli individui e delle imprese nel libero mercato può farlo.

(William Easterly, “The White Man’s Burden”)

 

 


Source: vurpblog.wordpress.com

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