Sono uno studente di 20 anni, con la passione per la politica,  che studia “Sviluppo economico e cooperazione internazionale per la gestione dei conflitti” presso la facoltà di economia dell’Università di Firenze.  Passione  che mi ha spinto ad approfondire la discussione sul Referendum Costituzionale del prossimo 4 dicembre.

Tale evento, non indifferente, sta suscitando contraddizioni, contrasti di pensiero e conflitti  fra i sostenitori del Sì – cioè coloro che vogliono che la riforma venga approvata – e coloro che la rifiutano.

Considerando la varietà di opinioni e le iniziali difficoltà di schierarsi sui due fronti, ho deciso di approfondire la questione autonomamente, innanzitutto interrogandomi sul  quesito referendario proposto, che cita:

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Ma queste parole, nonché quelle che ognuno dei votanti troverà sulla propria scheda elettorale, rappresentano davvero il contenuto del testo costituzionale? O sarà la solita campagna fatta per slogan della “coppia” Renzi-Boschi? Ovviamente non si può sapere senza rifletterci almeno un po’ e con qualche studio in merito, perciò con gli strumenti a disposizione, qualche aiuto e alcune conferenze,  sono riuscito a  maturare un’analisi sul testo della Riforma e  successivamente  trascriverla per pura informazione.

Premessa: è una riforma costituzionale fatta da un Parlamento dichiarato incostituzionale rimasto nelle sue funzioni solo per il principio di continuità delle cariche statali ma che doveva esimersi dal legiferare in materia costituzionale, come sancito dalla Corte Costituzionale.

Ho diviso e argomentato la mia analisi nei seguenti 6 punti:

1 – Revisione formula bicamerale

Perché revisionarla? Quali danni ha comportato?

Finora, più dell’80% delle leggi hanno “seguito” l’indirizzo d’approvazione prestabilito, passando per Camera-Senato e viceversa. La Lunghezza dei tempi, quindi, è un luogo comune.

Differenziare i poteri Statali da quelli regionali : a mio parere è condivisibile il fine, anche opportuno per certi versi, ma il problema è: COME?

Infatti, si passa da 315 a 100 senatori, tra cui: 5 senatori a vita (in carica per 7 anni) nominati dal Capo di Stato, 64 provenienti dai vari Consigli Regionali e 21 Sindaci. Questi avranno l’obbligo non solo di rispettare le proprie funzioni di Sindaci e Consiglieri ma anche di prender parte alle assemblee del Senato, lavorare svolgendo due cariche e, se si tratta di Sindaci di città metropolitane, addirittura 3 incarichi.

Poche competenze al Senato? NO. Per 17 tipi di legge non cambia assolutamente nulla rispetto al bicameralismo perfetto. Per le altre, il Senato potrà richiedere, e nuovamente rielaborare il disegno di legge esposto dalla Camera o proporre modifiche che la Camera dovrà accettare o meno facoltativamente.

Competenze nuove? La più importante è la “valutazione della resa delle politiche pubbliche” dello Stato, delle Pubbliche Amministrazioni e persino di quelle europee riguardanti però circoscrizioni territoriali ben definite. Ciò impegna il Senato a tempo pieno e, per logica, le aspettative sono carenti dato il vasto numero di incarichi non indifferenti.

Semplificazione del testo costituzionale? NO. Richiamare il disegno di legge e sottoporlo a modifiche porta a varianti legislative non specificate, quindi risulterà difficile capire quale itinerario applicare ad ogni singola legge.

Inoltre, sono 10 anni che il potere legislativo è praticamente in mano al Governo, prima ancora che al Parlamento, al contrario di quanto scritto nella Costituzione originale: questo spiega che la lentezza incolpata al Parlamento è unicamente del Governo a causa di varie deleghe e decreti senza regolamentazioni esecutive.

2- Riforma dei rapporti Stato-Regioni

Dal ’48 si parla di regioni come enti politici rappresentativi a cui si affida potere legislativo, quindi enti diversi dalle amministrazioni attive (comuni e province).

Potestà legislativa: nel 2001 venne approvata una riforma (portata avanti dal Centrosinistra e una parte della Destra) che diceva l’esatto contrario, cioè valorizzare il potere legislativo regionale estendendolo a più settori, ma non specificava – all’interno di uno stesso settore- quali competenze fossero di “dominio” statale e quali regionali: si creò parecchio conflitto. Oggi, la Corte Costituzionale, prendendo atto di tutto ciò, ha deciso di approvare una classificazione/ripartizione settoriale tra Stato e Regioni nell’esercizio del potere legislativo, che dovrebbe portare a non avere conflitti. Decisione condivisa e giusta, ma non nel metodo.

Con la Riforma, secondo l’art.117 comma 2, il potere legislativo sarà organizzato per 21 macro-settori di competenza esclusivamente statale.

Per le regioni invece il potere concorrente a quello statale – in quanto contrastante su quelli che saranno i princìpi fondamentali delle leggi statali – sarà cancellato, attribuendole però un elenco ridottissimo di materie di competenza regionale.

Obbiettivo raggiunto? NO, le sovrapposizioni Stato-Regione rimangono: come stabilirlo? Non si sa.

Ecco alcuni esempi di come la sovrapposizione persisterà:

STATO

REGIONE

  • Governo territoriale
  • Turismo
  • Tutela della Salute
  • Infrastrutture, trasporti…
  • Attività turistiche regionali
  • Servizio sanitario

Di conseguenza, è ben chiaro come le competenze regionali siano pressoché inesistenti, o comunque deboli, in quanto contrastanti con quelle statali, che sono tutte ordinamentali (elezione degli organi di governo comunali, funzioni fondamentali di comuni e province,…) e non settoriali reali.

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3-Modernizzazione

Con il Sì, il Parlamento potrà riformare tutto il tessuto legislativo regionale, ma quanto tempo ci vorrà? Di certo 30 anni non bastano! Di conseguenza, le Amministrazioni saranno precarie, in quanto incerte sull’applicabilità di leggi con indirizzo basato sull’odierna Costituzione perché prossime a modifiche: immaginate che, un Comune che deve sviluppare un progetto e non può farlo perché l’ufficio regionale di riferimento usa leggi sancite nella Costituzione del ’48 e lo Stato quelle dell’odierna riforma. Io vedo quasi un ostruzionismo! Il quadro normativo sarà quindi anch’esso precario.

4- Soppressione del CNEL (Consorzio Nazionale Economico del Lavoro)

Istituito nel ’48, il CNEL è composto da rappresentati del mondo del lavoro, sindacati di operai e di datori, e svolge la funzione di esprimere pareri circa leggi al CNEL correlate o di proporre eventualmente altre leggi.

Negli anni, durante le discussioni, il Senato non ha mai rappresentato i lavoratori, semplicemente perché il CNEL era inattivo. A tal proposito, quindi, l’esigenza di abolire il CNEL è giusta in quanto “inutile”, e creare un collegamento ufficiale, come già fatto ufficiosamente, tra Senato e mondo del lavoro. Questo, considerato il distacco fra Senato e Lavoro, la concertazione fra Senato e Sindacati, il Governo ha preferito reputare i Sindacati interlocutori diretti.

5-Soppressione delle province

Cosa vuol dire? Significa semplicemente che le province non sono più necessarie, ma cosa diventeranno non è specificato, saranno le Regioni a decidere il destino delle stesse.

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6-Incremento della democrazia diretta

Si articola in tre metodi:

Le iniziative legislative popolari subiscono un aggravamento: si passa dalle 50.000 firme alle 150.000 e la Camera si deve esprimere in 6 mesi (come ora), infatti solo una iniziativa è stata approvata in quasi 70 anni di Costituzione.

Il Referendum abrogativo finora, non ha mai raggiunto un Quorum. La disciplina è innovativa, in quanto se invece di 500.000 firme se ne raccolgono 800.000 il quorum si abbassa: dal 50%+1 degli aventi diritto al voto al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni. Buona soluzione? Questa Sì!

Il Referendum di indirizzo implica che il Governo potrà chiedere ai propri cittadini se sono d’accordo sul discutere qualcosa in particolare, appunto, di indirizzo specifico. Non è la prima volta che l’Italia affronta questo tipo di referendum. Infatti, nel ’79, in occasione dell’elezione diretta del Parlamento europeo, si chiese di conferire a questo organo il mandato costituente e il tutto venne approvato dai cittadini.

In questo caso, però, la titubanza è sui tempi: bisognerà organizzare e approvare una legge costituzionale che ne tracci la disciplina ed una una legge, correlata alla prima, ordinamentale che ne tracci l’applicabilità. Di conseguenza il tempo necessario dovrà essere abbastanza esteso.


In conclusione, il Referendum del 4 dicembre è la materializzazione di un’occasione persa che non fa tesoro di proposte elaborate in 70 anni.

Il vero obbiettivo – come descritto e spiegato dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi – è avere una sola Camera politica che può sfiduciare o meno il Governo? Bene, bastava modificare la legge elettorale.

Quando c’erano due partiti forti alla Camera e non al Senato era perché, con il “Porcellum”, il premio di maggioranza veniva attribuito alla Camera per il quadro nazionale e al Senato per il regionale. Il rischio era che il Senato non possedeva la maggioranza, o perlopiù era debole, e anziché trovare un compromesso si è pensato di riformare la Costituzione!

Si prefigura quindi una Camera iper-maggioritaria con un voto per un partito unico che se raggiunge il 40% assume la maggioranza. Se nessun partito raggiunge il 40% si passa al 2°turno con un ballottaggio fra i primi due partiti, i quali potranno avere la maggioranza anche solo per un voto di differenza. Così facendo, può vincere la minoranza più forte, anche solo con il 20-22% dei voti.

Si cambia quindi tipologia di DEMOCRAZIA: da una basata sul confronto multipartitico avremo una basata sulla decisione senza contesto politico, dato che dopo 5 anni si avrà un ulteriore elezione e, se dovesse vincere un altro partito, la situazione ritornerebbe al livello iniziale.

Del resto, in 5 anni cosa succede? Nulla. E’ tutto puntato quindi sul momento elettorale.

Soprattutto per questi motivi la gente che vuole votare NO è tanta e Renzi questo l’ha capito, e ha capito anche che per far fronte a coloro che la riforma non l’accettano deve avere dei sostenitori un po’ più di spicco: c’è chi come Roberto Benigni che cambiato idea e dal NO ha deciso di fare propaganda per il SI; c’è chi come Mr Barack Obama – oltre alla propaganda – ha invitato Renzi con sua moglie, il regista Sorrentino, la campionessa di fioretto paraolimpico Bebe Vio e il suddetto Benigni, all’ultima cena alla casa Bianca. Decisioni legittime, per carità, ma che fanno riflettere sulla trasparenza di questo Governo.

Oltre a questo, ritornando al merito, non abbiamo più uno spirito unitario: è in crisi la nazionale di calcio, come lo è la situazione socio-economica, figuriamoci poi con il declino della lingua italiana, per dar spazio alle lingue territoriali (dialetti) come simbolo del folklore italiano, che tipo di coesione potremmo avere nel caso in cui passasse il Sì?! In delle ipotetiche elezioni, riusciremmo – con questo contesto – ad essere unitari nella scelta di un PARTITO UNICO (mi vien da pensare al ventennio fascista o all’URSS di Lenin)? Non credo proprio.

Pertanto, io voto NO, ma spero indipendentemente dalle mie parole, che ognuno di noi voti con consapevolezza e cura, e non per condizionamenti.

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Source: vurpblog.wordpress.com

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