Negli ultimi tempi scendo spesso nei sotterranei. A quanto pare l’incendio del cazzo è diventato così grosso da far sembrare il rogo di Roma una stronzata da adolescenti.Tutto distrutto, irriconoscibile. Vi dico la verità, a malapena ne ho cavato fuori le gambe. Quando il disastro è scoppiato facevo semplicemente la spola, scendevo al piano di sotto solo quando necessario, mi portavo acqua e cibo dalle zone ancora libere dall’incendio, così sono sopravvissuto ai primi giorni. Poi è successo qualcosa. Sono risalito è ho scoperto che anche il placido fiumiciattolo che scorreva da sempre nel quartiere giapponese si era seccato. Il vecchio corvo in servizio permanente effettivo sul ciliegio in fiore, non c’é più. Sparito, l’inverno non piace manco a lui. Panico. Ma solo avvicinandomi alla riva ho scoperto che il fiume non s’era seccato, una crepa del terreno lo faceva scorrere di sotto, dritto fiondato verso i sotterranei. Gli alberi si stavano seccando, grigi e con foglie mezze secche. Questa cosa non era mai successa, non che io lo ricordi almeno. Persino il ciliegio, un albero meraviglioso che in quel posto rimane perennemente in fiore, o almeno, rimaneva sempre in fiore, non ha più una foglia. Un cadavere penzolava come un sacco dell’immondizia, impiccato al ramo più alto. Quasi poetica come immagine.

Allora ho semplicemente preso e sono sceso di sotto, senza portarmi dietro niente.

 Sono sceso e mi sono guardato attorno. La landa desolata che visito di tanto in tanto, non cambia mai, questa volta però anche i fantasmi che la abitano sembravano essere più freddi del solito. Sono entrato nella vecchia casa senza tetto, con sorpresa ho scoperto che nessuno era seduto al tavolo.

Singolare” ho pensato. Un brivido d’orrore mi ha trapassato dalla base del cranio fino al buco del culo. Quando sei abituato a posti dove tutto rimane uguale, qualsiasi cambiamento può voler dire solo danni. Sul comodino del letto, un letto in cui tanti anni fa ricordo di aver dormito,era appoggiata  una lettera. Diceva, con una calligrafia da bambino :

                                                 “Ancora più giù, scendi ancora” 

Scendi ancora.  E dove cazzo posso scendere? credevo che quello fosse il fondo. Accanto al comodino c’é una vecchia libreria, quando non sai cosa fare afferra un libro, di solito funziona. Ho preso il primo libro che mi capitava a tiro, l’ho aperto a caso. “Scrivere è l’arte di trasformare in soldi i tuoi momenti peggiori”. Quel libro era un biscotto della fortuna cagato fuori da satanasso. L’ho rimesso a posto per abitudine, ma so che sarebbe comunque tornato al suo posto, tutto qui ha il suo posto. Eppure mi sembrava di vedere delle crepe nella casa. Crepe che non avevo mai visto.
 
                                                              Scendi ancora

Ma è difficile scendere quando non sai come fare. Sono uscito di casa e mentre riflettevo su cosa fare, ho incontrato mio padre. Mi ha guardato come si guarderebbe uno stronzo fumante e mi ha detto, pure lui. “Scendi”. Mi state rompendo i coglioni con questa storia, voi morti.  Ho deciso di farmi una passeggiata nel paesello. Sono passato sotto casa di Alessio.Ci sono arrivato senza manco accorgermene, come gli ubriachi.  Ho suonato il campanello, ero sicuro che non rispondesse nessuno, l’ho fatto in passato, molte volte.Sempre senza fortuna, se di questa si può parlare.Stavolta però, qualcuno parla.  Sento la voce di suo padre: “Alessio non può rispondere, aspetta che te lo passo”.
E questo non me l’aspettavo. La cosa più strana è che dall’altra parte sentivo il rumore di una festa, come quelle che si facevano nella sua vecchia casa di Perugia, quelle con i bicchieri di carta e il vino in boccione, che finivano inesorabilmente con qualcuno che vomitava l’anima nel bagno. “Sei un coglione”. Era la voce di Alessio. Non mi aveva più parlato da quando è morto. “Chiedi al tuo gatto di merda, quello sa tutto. Tu invece sei convinto di sapere tutto, c’é una bella differenza.”.  Sono stato zitto per una decina di secondi, poi gli ho chiesto come stava. “Mah, da morti non si sta poi così male come dicono, ma smettiamola di parlare di cazzate, ora vai a trovare il gatto e levati dai coglioni”. E ha riattaccato.

Così sono andato a trovare il gatto. Donna Carlotta stava lì, come al solito. L’ho guardata negli occhi gialli e mi sono ricordato una poesia che faceva più o meno così:

Yo no suscribo.
Yo no conozco al gato.
Todo lo sé, la vida y su archipiélago,
el mar y la ciudad incalculable,
la botánica,
el gineceo con sus extravíos,
el por y el menos de la matemática,
los embudos volcánicos del mundo,
la cáscara irreal del cocodrilo,
la bondad ignorada del bombero,
el atavismo azul del sacerdote,
pero no puedo descifrar un gato.
Mi razón resbaló en su indiferencia,
sus ojos tienen números de oro.

 
Stai combinato male eh, figlio di puttana?” Mi ha detto lei, arricciando la coda nera. Sembrava divertirsi, i gatti sono persone orribili.

 “E cosa vorresti fare? Ammazzarti? Quanti chili hai perso, quattro, cinque?”
“Non so vecchia mia. Questa volta non so che pesci pigliare”
Le ho risposto.   

” Tanto per cambiare”   Detto questo si è avvicinata e mi ha morso una caviglia.
Ahi! Che cazzo fai? Non vedi come sono messo?” 

La grandezza di un uomo si vede dalla quantità di legnate che riesce a sopportare, patetico coglione. A quanto pare non sei capace manco di sopportare il morso di un gatto morto da trent’anni, mi sa che stavolta non posso sistemarti manco io.” 
 “Evviva la fiducia. Senti, devo scendere ancora più in fondo, come faccio?” A sentire questa cosa la gatta si immobilizza e mi fissa negli occhi.  

“Sei sicuro? Scendere ancora più in basso è pericoloso, un fesso come te magari ci muore. Non c’é niente di buono a scavare ancora” 
“Me l’ha detto Alessio di fare così” 
“Beh, allora siamo a posto, mettiamoci a dar retta ai morti” 
“Anche tu sei morta” 
“Ma io sono un gatto. Le cose funzionano diversamente per noi, abbiamo sette vite, non tutte visibili a voi umani. Capisco, comunque che la tua decisione è irrevocabile. Irrevocabile come tutte le cose stupide. Ma tu credi alle decisioni eterne, alle promesse, alla sincerità e a tutte quelle stronzate che rendono la tua vita un inferno. Immagino che vorrai essere coerente anche adesso” 

“Già”  Le ho risposto. Poco convinto. 

E allora scendi pure, chissà cosa conti di trovare.A parte disperazione, certo. Ma visto che la scelta è fatta… Ehi Poe! Uccellaccio del CAZZO! Scendi da quell’albero, per una volta c’è bisogno di te, per davvero” E il gatto riprese a farsi le unghie sull’albero.

Dalla quercia Poe, il mio corvo da compagnia svolazza giù e mi s’appoggia sulla spalla.  

“Vieni con me” Mi dice lui. “Ti porto di sotto” 
 ” Spiegagli anche come funziona il mondo, già che ci sei, a quel testone” 
 “Fatti i cazzi tuoi, gatta. Non tutti la pensano come te sulla realtà” Gracchia il corvo, per tutta risposta. 
“Peccato però che io abbia ragione, vecchio scorreggione. E lo sai bene.”
“Forse si, forse no, questione di punti di vista” 
“Andiamo”.  Dice lui, come un capitano che ordini alla nave di dirigersi contro un iceberg. Poi svolazza via dalla mia spalla per appoggiarsi su un ramo, da una beccata al tronco e dal nulla avizzito spunta una porticina da cui s’intravedono delle scale, male illuminate.Scendo. Il corvo mi segue fedele, come al solito.
 


Source: www.balordaggine.com

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