palestina-hamas

di Giuseppe Dentice

Le elezioni interne ad Hamas iniziate nel gennaio scorso [1] e volte a scegliere la nuova dirigenza al potere nella Striscia di Gaza hanno definito un ulteriore step nel processo di radicalizzazione politica che il gruppo islamista sta conoscendo da alcuni anni a questa parte. Infatti, la nomina di un nuovo leader considerato un “falco tra i falchi” e le ripercussioni che questa può comportare nello scenario politico palestinese potrebbe rappresentare altresì un’alquanto pericolosa sfida al quadro di sicurezza e di stabilità vicino-orientale.

Il 13 febbraio scorso il Comitato esecutivo di Hamas ha eletto a netta maggioranza Yahya al-Sinwar (anche noto come Abu Jamil o Abu Ibrahim) nuovo leader della medesima organizzazione islamista. Sinwar, già a capo delle Brigate Izz al-Din al-Qassam (l’ala militare di Hamas), è un militante anziano del gruppo, già Comandante del Munazzamat al-Jihad wal-Dawa (MAJD, gli apparati di sicurezza del movimento e uno dei tanti attivi a Gaza) e, negli ultimi anni, punto di raccordo con l’anima politica dell’organizzazione. Più volte arrestrato dagli israeliani, Sinwar era stato definitivamente catturato e condannato all’ergastolo nel 1988 per l’omicidio di un soldato israeliano. Nel 2011 era stato rilasciato nell’ambito dello scambio di prigionieri politici che aveva portato alla liberazione di Gilad Shalit, il caporale israeliano catturato da Hamas nel 2006 – pare da una cellula fedele a Sinwar – durante la guerra con il Libano, e alla scarcerazione di oltre un migliaio di militanti palestinesi. Nel 2015 gli Stati Uniti lo avevano inserito nella black list del terrorismo internazionale a causa delle sue posizioni oltranziste in merito al conflitto “infinito” con Israele [2]. Anche alla luce di ciò, Sinwar è considerato da quasi tutti i media specializzati israeliani e statunitensi come un integralista e per certi versi un estremista persino all’interno di Hamas.

La nomina di Sinwar, che succede all’ex uomo forte di Gaza Ismail Haniyeh, a sua volta subentrante nei prossimi mesi nella carica di guida spirituale al posto di Khaled Meshaal – dimissionario e ormai fuori dai giochi di potere del gruppo dopo il suo esilio volontario in Qatar –, oltre a rappresentare una nuova svolta radicale interna al gruppo islamista, potrebbe definire un chiaro segnale di opposizione alla riconciliazione intra-palestinese con i rivali di Fatah. Nonostante i vari Vertici andati in scena dall’aprile 2014 in poi (ossia dall’ultimo tentativo di governo di unità palestinese) al Cairo, a Beirut e ad Amman nel tentativo di rilanciare la cooperazione tra le diverse anime palestinesi – non ultimo evidenziato dall’intesa raggiunta a Mosca nel gennaio di quest’anno, dove Hamas, Fatah e il Palestinian Islamic Jihad (PIJ) avevano trovato un accordo preliminare per rilanciare l’ipotesi di un esecutivo di unità nazionale [3] –, oggi qualsiasi tentativo di riconciliazione intra-palestinese sembra essere un’effimera illusione, anche in virtù della continua “guerra fredda” in corso tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, fatta di arresti e defezioni reciproche sul terreno. Anche alla luce di ciò appare più probabile l’ipotesi di un rafforzamento dell’entità – politica e militare – di Hamas nella Striscia di Gaza, volutamente separata e/o isolata dalla leadership di Fatah in Cisgiordania, decretando di fatto l’esistenza di due soggetti politici palestinesi indipendenti, fattore che potrebbe indebolire ulteriormente il già fragile processo di pace con Israele.

L’elezione di Sinwar evidenzia inoltre il definitivo consolidamento delle Brigate al-Qassam ai danni della componente politica – come dimostrano la nomina di Khalil al-Haya quale numero due nella scala gerarchica dell’organizzazione e l’elezione degli altri membri provenienti dall’ala militare nel bureau politico [4]. Lo scontro tra le due anime di Hamas è divenuto ormai palese e la sua origine deve essere rinvenuta nella scelta di Khaled Meshaal di impedire all’ala militarista del movimento di effettuare un attacco contro alcuni villaggi nel sud di Israele durante la guerra di Gaza del luglio-agosto 2014 (“Protective Edge”). Questo episodio ha segnato una frattura almeno all’apparenza insanabile, alimentata anche dalle critiche rivolte dalla cerchia di Sinwar all’allora ufficio politico di Hamas accusato di incapacità e inadeguatezza sia nei confronti delle condizioni di vita della popolazione locale gazawi – vessata da una perdurante crisi economica accentuata dall’embargo economico israeliano e dal ripetersi di conflitti all’interno dei territori della Striscia – sia in merito – a loro dire – alle deboli posizioni assunte dalla precedente dirigenza nei confronti della causa palestinese, che rischierebbe di essere appaltata in favore dei gruppi radicali ed estremisti, come ad esempio anche lo Stato Islamico (IS), proliferanti a Gaza e nel confinante Sinai egiziano.

Una situazione, questa, potenzialmente destabilizzante che potrebbe favorire – come in altri casi analoghi di forte instabilità e insicurezza nella regione – l’ascesa e l’affermazione di IS in loco, con ripercussioni geo-strategiche dirette negli equilibri del Vicino Oriente. È altrettanto evidente che la penetrazione ideologica di frange estremiste esterne alla Striscia suscettibili di orientare l’opinione pubblica locale verso posizioni sempre più radicali rappresenta di fatto una duplice sfida, politica e di sicurezza, al sistema di legittimità vigente promosso da Hamas. In questo senso, quindi, la nomina di Sinwar appare essere una scelta tattica e funzionale alla volontà del movimento di recuperare credibilità in termini di appeal nei confronti del proprio elettorato e di conservazione dei pur sempre delicati e fragili equilibri securitari che coinvolgono anche altri attori locali come Egitto e Israele, con i quali l’organizzazione islamista collabora in maniera ufficiosa e pragmatica con i compiti di controllore interno delle fazioni più radicali in funzione anti-IS e di guardiano delle frontiere tra Egitto e Gaza con l’obiettivo finale di evitare una saldatura transnazionale delle violenze contro i tre stessi attori coinvolti. Tale condotta però potrebbe subire una profonda revisione da parte della nuova dirigenza, favorendo al contempo una maggiore collaborazione, seppur non ufficiale, con IS a Gaza e il lancio di una nuova campagna retorica e militare a bassa intensità contro Il Cairo e Tel Aviv, con il rischio che un’eccessiva esasperazione dei toni e delle azioni violente in particolare nei confronti dello Stato ebraico possa aprire di fatto le porte ad un quarto conflitto in meno di un decennio nella Striscia, scenario di fronte al quale l’Egitto potrebbe peraltro presentarsi come spettatore più disiniteressato che non impegnato a salvaguardare l’antico protettorato gazawi.

In uno scenario sempre più complesso, polarizzato e mutevole, i cambi al vertice di Hamas potrebbero pertanto rappresentare un nuovo banco di prova per la stabilità e per la legittimità delle istituzioni locali, nonché per la tenuta dei delicati equilibri del Vicino Oriente

* Giuseppe Dentice è Coordinatore editoriale OPI e Research Fellow (Head) area Grande Medio Oriente

[1] Per meglio capire il farraginoso meccanismo di selezione del leader, si veda Y. Ben Menachem, Does Hamas’ New Leader Portend War in Gaza?, Jerusalem Center for Public Affaris (JCPA), Feburary 16, 2017.

[2] Per un profilo più preciso sulla personalità e le posizioni di Sinwar si rimanda ai seguenti link: Yahya Sinwar, Counter Extremism Project; C. Boyle & C. Siemaszko, Israeli soldier Gilad Shalit freed, reunites with family after five years as Hamas prisoner, New York Daily News, October 19, 2011; A. Issacharoff, Rising new Hamas leader is all too familiar to Israel, Times of Israel, December 18, 2015.

[3] Per approfondire J. Khoury, Hamas, Fatah Announce Deal to Form Palestinian Unity Government, Haaretz, February 18, 2017.

[4] Per maggiori dettagli sui profili degli elementi del nuovo bureau politico di Hamas, si veda Elections to the Hamas Political Bureau in the Gaza Strip: Overview and Significance, The Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center, February 22, 2017, pp. 9-21.

Photo Credit: AFP

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Source: www.bloglobal.net

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