Un vecchio registro di classe

Il registro elettronico è uno strumento digitale entrato a far parte ormai da qualche anno delle nostre scuole per sostituire, con un po’ di fatica, il vecchio registro cartaceo. Il rapporto tra la scuola italiana e la tecnologia, si sa, non è mai stato dei migliori. E’ a causa proprio di questo digital divide, e del poco tempo a disposizione degli insegnanti, a loro dire, che un ottimo strumento come questo risulta sottoutilizzato e molto spesso utilizzato male.

Chi ha a che fare con bambini e ragazzi dislessici sa quanto è difficile, una volta a casa recuperare, ad esempio, i compiti assegnati o conoscere i giorni delle verifiche. Se il registro di nuova generazione fosse adoperato come si dovrebbe queste difficoltà scomparirebbero del tutto. Basterebbe infatti accedere dal proprio PC o smartphone con una password per avere a disposizione tutti i contenuti desiderati: quello che si è fatto in classe, videolezioni, appunti, assenze, note, voti ecc. Sarebbe un’innovazione straordinaria per la didattica, proprio quello che servirebbe ai dislessici per avere contenuti, soprattutto digitali, a disposizione e meno difficoltà nello studio. Ma, ahinoi, ad oggi resta ancora un miraggio.

In attesa che qualcosa cambi in positivo non resta che soffermarci su quei pochi dati a cui abbiamo, al momento, la possibilità di accedere se vogliamo provare a riflettere, analizzandoli, come viene gestito in classe un alunno dislessico.

Registro elettronico di un alunno dislessico

Il caso in esame è quello di un alunno DSA (dislessico, discalculico, disgrafico, disortografico) con PDP, come previsto dalla Legge 170/2010, seguito costantemente a casa dalla famiglia. Nell’immagine qui in alto, tratta dal registro elettronico del ragazzo, compaiono nella parte di sinistra i voti (in verde i positivi, in rosso i negativi) e sulla destra commenti, tipo e modalità di verifica. 

Se dovessimo dare ad occhio un giudizio su questo alunno diremmo che è un ragazzo mediocre, svogliato e quasi mai preparato e comunque in grado di andare non oltre il 6, 6 e mezzo. Stanno davvero cosi le cose? E’ uno studente poco volenteroso, oltre che DSA, o è l’insegnante che non rispetta il PDP?

Osservando l’immagine si nota che l’insegnante si impegna a sottoporre il suo alunno a prove “semplificate” e lo specifica di continuo nei commenti ai suoi voti. Con dovizia di particolari rende persino noto quando la verifica è una “prova comune di classe”, un compito uguale agli altri. Ma cosa intende per “verifica semplificata” o “obiettivi minimi”?

Le linee guida della legge 170/2010 non parlano mai di “obiettivi minimi”, che sono magari previsti per alunni con handicap o ritardo mentale, ma ad esempio di “obiettivi disciplinari previsti per la classe” o di “raggiungere gli obiettivi di apprendimento previsti” grazie all’uso di strumenti compensativi e misure dispensative. Perché allora parlare di “verifiche semplificate” e “obiettivi minimi”? Cosa vuole comunicare questo prof.? 

Direi che la sua prima preoccupazione è quella di dimostrare che sta facendo qualcosa per il suo alunno DSA nel rispetto della legge. Ma sbaglia. Perché anche se è da lodare quando fa un passo in avanti verso il ragazzo poi ne fa due o più all’indietro cosiderandolo, da quello che si intuisce, non in grado di svolgere una verifica come quella dei suoi compagni e attribuendogli una votazione massima che non può superare il 7 visto che le sue prove sono appunto “semplificate”. Ricordo che dietro questo alunno dislessico, come per tanti altri, c’è stato uno studio assiduo e costante a casa, molto più intenso e faticoso del resto dei compagni di classe.

L’insegnate dimostra, inoltre, di ritenere che applicare un PDP significhi avvantaggiare l’alunno DSA. Una cosa molto grave, perché egli non immagina che in realtà è proprio il contrario di quello che pensa. Infatti non concedere strumenti compensativi e misure dispensative equivale a porre il dislessico in una condizione di svantaggio rispetto agli altri. Come sarebbe allo stesso modo svantaggiato un ragazzo miope a cui non è permesso usare gli occhiali o ad un mancino la mano sinistra.

E non è finita. Che il rapporto tra questo insegnante e la conoscenza della dislessia non sia dei migliori lo capiamo anche da altri elementi: la preponderanza di verifiche scritte rispetto a quelle orali e la nota “3 – l’alunno non era preparato su alcun argomento”. Il Piano Didattico Personalizzato prevede per gli alunni DSA la possibilità, per superare lo scoglio della lettura, di sostituire le prove scritte con quelle orali e che tutte le verifiche siano “programmate”. Questa annotazione e questo voto molto negativo che rimarranno sul registro per tutto l’anno e nell’animo del ragazzo forse per sempre, sono invece frutto di una interrogazione non programmata, che ha solo danneggiato il ragazzo sul piano scolastico, ma anche psicologico. Che sia stata una prova “a sorpresa” si capisce dal fatto che essendo seguito giornalmente dalla famiglia è praticamente impossibile che in occasione di una verifica orale programmata possa essere risultato totalmente impreparato.

Che dire? Mi preme specificare che questo caso è solo uno su migliaia, che ogni dislessico è diverso ed ogni PDP deve essere adattato alle potenzialità e difficoltà di ogni alunno DSA. Inoltre queste valutazioni sono fatte solo in relazione a quanto si intuisce dai voti e dalle note riportate nel registro elettronico di questo ragazzo.

Ma leggendo ogni giorno tante storie di dislessia credo sia un caso molto esemplificativo del livello di conoscenza dei DSA da parte di alcuni insegnanti e della scarsa capacità della scuola di gestire e valorizzare alunni intelligenti che non hanno bisogno di imparare in modo “semplificato”, ma solamente differente per cercare di esprimere tutto il loro potenziale.

Roberto M.

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Source: www.dislessiaioticonosco.it

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