Ancora oggi, purtroppo, nonostante la legge 170/2010, si è costretti a vivere situazioni o ad ascoltare testimonianze di dislessici che vedono ignorati, e di conseguenza negati, i proprio diritti. E, come se non bastasse, è proprio da questa inspiegabile “ignoranza”, causa maggiore delle difficoltà del dislessico, che possono originarsi ulteriori e più gravi problematiche, in primis quelle di natura psicologica.
Data una legge in vigore da ormai da più di sei anni, le direttive ministeriali e i sempre più precisi studi su questa tematica perché si continuano ad ignorare, volontariamente o meno, i DSA?

Si proverà a rispondere a questa domanda cercando di capire qual è il rapporto esistente fra dislessia e comunicazione prendendo come punto di riferimento una delle teorie più note della comunicazione: le «decodifiche aberranti».  Si potrebbe ipotizzare infatti che i DSA vengono spesso ignorati, o nel peggiore dei casi, negati a causa di quotidiane «decodifiche aberranti» che si ripetono all’interno delle vite dei bambini e ragazzi con difficoltà di apprendimento. L’autore di questa teoria della comunicazione è Umberto Eco che, con Paolo Fabbri, parla di decodifica aberrante per spiegare la diversa interpretazione dei testi durante la vita sociale, e il semiologo ne identifica quattro casi principali (Volli, 1994, p.42):

Didascalia: i quattro casi di decodifica aberrante per Eco e Fabbri.(Tabella Tratta da Volli, 1994, p.43)
Se si adatta, forse estremizzandolo, lo studio di Eco al “mondo dislessia” è possibile tentare di fare alcuni esempi e considerazioni relativi ad ognuno dei quattro casi sopra individuati:

(I) S’immagini una frase scritta in questo modo “O dreso la nacima”. Se la si considera un messaggio, questa frase non avrà possibilità, o pochissime, di essere decodificata nella maniera corretta e cioè “Ho preso la macchina” e quindi passerà come puro “rumore”, cioè un disturbo nella comunicazione che impedisce l’esatta comprensione e trasmissione del messaggio.
La conseguenza di questo primo caso di decodifica aberrante nella vita di un dislessico è la possibilità, o meglio, il rischio che venga rilevata solamente l’incomprensibilità di quella frase quindi gli errori che la caratterizzano e che finiscono per penalizzare la persona. Infatti, la mancanza di un codice (la conoscenza dei DSA) in grado di decifrare e capire cosa può esserci dietro quegli errori, nasconde la dislessia e affibbia alla persona, come spesso, purtroppo accade, l’etichetta di “somaro”.

(II) Il secondo caso è scomponibile in due ulteriori eventualità possibili. La prima è simile al caso numero I, quindi immaginando questa volta un dislessico che legge in classe un brano c’è la possibilità che i destinatari (insegnanti e compagni) abbiano difficoltà ad interpretare il messaggio, a causa di una lettura poco corretta e non molto fluente. I due codici, la lingua italiana e le difficoltà di lettura che influiscono sulla lingua stessa, entrano in collisione, perciò il messaggio resterà incompreso.
In questo caso si potrebbe osservare la situazione anche secondo una diversa prospettiva e cioè ponendo l’attenzione sull’azione che il dislessico sta compiendo ossia la lettura. In quel momento lui ha davanti gli occhi un codice, le parole appartenenti all’italiano scritto che compongono il testo, che non riesce ad apprendere e a decifrare con la stessa facilità dei suoi coetanei a causa, appunto della dislessia. Anche in questo caso, nonostante gli sforzi per leggere nella maniera più corretta possibile, non riuscirà a capire perfettamente il messaggio contenuto nel testo.  Ancora una volta la conseguenza di questa seconda decodifica aberrante è la considerazione negativa, decisamente fuorviante, che si può avere dell’individuo e che egli può arrivare ad avere di sè stesso. Se si pensa, infatti, che può passare un’intera giornata a leggere un testo da studiare per il giorno dopo e al momento della verifica fare “scena muta” e quindi apparire sullo stesso piano di chi a casa preferisce giocare piuttosto che concentrarsi sui libri, ecco che si concretizzano i rischi di questo secondo caso di decodifica aberrante.

(III) Il terzo caso, come il quarto, è forse il più dannoso dei quattro presentati da Eco. Qui, infatti, il codice è conosciuto anche dal destinatario, si sa cosa sia la dislessia e quali effetti comporta, ma nonostante ciò il messaggio resta incompreso perché il destinatario lo interpreta secondo le sue aspettative. Un insegnante o un genitore, quindi, possono opporsi alla realtà della dislessia perché secondo il pensiero comune è impossibile che un bambino non impari atti così semplici come leggere e scrivere. Quel bambino, perciò, non potrà che essere considerato che svogliato e invitato ad impegnarsi di più nello studio. E’ chiaro, perciò, quali siano le conseguenze possibili derivanti da questo terzo caso. Ignorare l’esistenza del problema non fa che aumentarne le dimensioni e rende impossibile intervenire al momento più opportuno, attraverso la prevenzione, per limitarne l’incidenza.

(IV) Il quarto caso mostra anch’esso l’avvenuta comprensione del codice e quindi del messaggio, ma il destinatario lo rifiuta perché delegittima l’emittente. E’ un po’ il caso delle correnti “negazioniste” di cui si è già spesso parlato, cioè di coloro che rifiutano nettamente l’esistenza dei disturbi specifici dell’apprendimento, nonostante l’accertata presenza di tali difficoltà. Quest’ultimo caso di decodifica aberrante è enormemente lesivo per la vita del dislessico, poiché delegittimandolo, ad esempio definendolo “malato da curare”, si rende vana ogni possibilità di aiutarlo. Per correggere gli errori ortografici basterebbero un pc e un programma di videoscrittura, o per capire meglio un testo senza lo sforzo della lettura sarebbe sufficiente un lettore mp3 con una voce registrata che legga al posto del bambino. Rifiutando di recepire questo messaggio, come afferma Giacomo Stella, non si fa che insultare il dislessico due volte: non considerando il suo stato di fragilità e definendolo poi stupido.


Sulla base di queste analisi si può intuire che queste «decodifiche aberranti» sono il prodotto di un vero e proprio conflitto sociale tra la dislessia e un mondo che in un modo o nell’altro la ignora. Come intervenire allora?
Se nei primi due casi è possibile proporre su questo mondo un’educazione e un’informazione sul tema con l’obiettivo di permettere all’alunno dislessico di esprimere tutto il suo potenziale, negli ultimi due casi fare ciò sperando di ottenere buoni risultati sembra molto più complicato a causa della resistenza dei destinatari. Umberto Eco propose a suo tempo di parlare di «guerriglia semiologica» quando la «decodifica aberrante» è legata a scelte politiche, e questo per il semiologo accade nel terzo e nel quarto caso della sua teoria. La stessa “guerriglia” sembra essere in atto anche nei confronti dei messaggi che partono dalla dislessia, e ciò avviene proprio nel momento in cui essi vengono rinnegati.
Il motivo che si cela dietro queste prese di posizione non sembra qui appartenere ad una natura politica, ma pare essere originato più da una sorta di convenzione, di un modello comune costruito e solidificatosi nel tempo secondo cui la semplicità dell’apprendimento di lettura e scrittura è così elevata e concreta che chiunque esca al di fuori di questo schema debba essere per forza  considerato o un “somaro” o un “malato” e, purtroppo, nessun’altra spiegazione è considerabile.
Roberto M.

photo credit: SiSter PhotograPher via photopin cc


Source: www.dislessiaioticonosco.it

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