russia-expertise

di Alessandro Pandolfi

Le decisioni di politica estera dipendono dall’abilità di analizzare le informazioni disponibili inserendole in uno specifico contesto storico e culturale. Il legame tra sapere e attività dei governi è assai stretto, in particolare per gli attori che ambiscono ad un ruolo chiave negli affari internazionali. Non a caso un importante atto legislativo che ha contribuito ad aumentare la conoscenza statunitense della sfera sovietica – il Soviet-Eastern European Research and Training Act del 1983 – chiariva che la «conoscenza fattuale, verificata indipendentemente, relativa ai fatti dell’Unione Sovietica e dei Paesi dell’Europa Orientale è di estrema importanza per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, per l’avanzamento degli interessi nazionali nella condotta delle relazioni estere e per una gestione prudente degli affari domestici», precisando anche come lo sviluppo e il mantenimento di queste conoscenze dipendesse dalla «capacità nazionale nella ricerca avanzata di specialisti altamente qualificati, disponibili al servizio dentro e fuori il governo» [1].

Dopo il collasso dell’URSS svariati fattori hanno portato ad una marcata decrescita dell’interesse occidentale nei confronti di attori e dinamiche inerenti gli affari russi. Dal momento che le attività dei governi sono sostenute dal know how disponibile – proveniente dalla comunità accademica, dai migliori centri di ricerca e dalle competenze dei propri funzionari – ciò ha comportato un depotenziamento della complessiva “infrastruttura conoscitiva” in materia di Russia. Alla luce dell’attivismo diplomatico e militare del Cremlino – dall’Ucraina all’Asia Orientale, passando per il Mediterraneo e il Medio Oriente – risulta sempre più cruciale avere le competenze per poter interpretare al meglio le mosse russe, diminuendo i rischi che questo trend al ribasso si riveli lesivo per gli interessi e la sicurezza occidentali.

Le cause di questa dinamica sono profonde e abbracciano in particolare il sistema educativo e i suoi punti di contatto con la società civile e i governi. Come termine di paragone si farà riferimento al caso dell’attore occidentale che per varie ragioni – dalle contingenze della Guerra Fredda al sistema universitario d’eccellenza – detiene tradizionalmente particolari competenze in materia di Russia: gli Stati Uniti.  Secondo alcuni critici della politica estera americana, errori, limiti e difficoltà della recente politica estera statunitense sono stati in parte dovuti proprio a carenze di expertise in materia di storia e cultura delle aree interessate [2]. Nello specifico, almeno tre fattori hanno contribuito ad assottigliare il know how occidentale in materia di Russia e affari eurasiatici.

In primo luogo emerge il ruolo giocato dal mondo universitario e dei centri di ricerca, i quali forniscono la base teorica ma anche la bussola affinché il decisore politico possa interpretare la complessità degli avvenimenti globali, oltre a formare la burocrazia statale e talvolta – soprattutto nel caso statunitense – fornire direttamente preziose risorse per le posizioni di governo. In questo quadro, da più parti si è denunciato il pericoloso assottigliamento – soprattutto quantitativo più che qualitativo – degli studi in affari russi [3]. Come è stato evidenziato, i fondi destinati dal governo a supporto della ricerca e degli scambi accademici in questo campo sono andati calando tra gli anni Novanta e gli anni Duemila. Lo testimonia il Title VIII del Dipartimento di Stato, uno specifico capitolo di spesa che per trent’anni ha finanziato gli studi avanzati linguistici, sociali e culturali negli affari relativi all’Unione Sovietica prima, e all’Europa Orientale e l’Eurasia oggi. Il severo taglio di fondi che ha subito nel tempo – dai circa 5 milioni di dollari l’anno dei primi Duemila ai 3 milioni dell’anno fiscale 2012, fino all’azzeramento nel 2013 – ha provocato la cancellazione di vari programmi di ricerca nelle principali università statunitensi, innescando un dibattito tra gli specialisti di quest’area [4].  Anche il programma di studio e scambi formativi Edmund Muskie è stato azzerato tra il 2013 e il 2015, obbligando il programma Fulbright ad ereditarne in parte il ruolo [5].

Con il limitato costo di pochi milioni di dollari l’anno, ogni accademico statunitense ha virtualmente beneficiato in qualche aspetto della propria formazione dei fondi del Titolo VIII, istituito dal Soviet-Eastern European Research and Training Act del 1983. La lista dei beneficiari di questi supporti include Michael McFaul (già Professore alla Stanford University e Ambasciatore USA a Mosca) ed ex Segretari di Stato del calibro di Condoleezza Rice e Madeline Albright. La formazione di docenti e ricercatori ha contribuito “a cascata” alla formazione di migliaia di businessmen, diplomatici, funzionari e lavoratori del terzo settore, oltre a dare sviluppo agli studi slavi ed eurasiatici [6]. Un programma dal costo così limitato è quindi un ottimo investimento se ha rilevanti ricadute nel lungo periodo, soprattutto in caso di crisi internazionali.

Una situazione simile a quella delle risorse private provenienti da donazioni e fondazioni, fortemente diminuite nel corso dell’ultimo decennio. La Ford Foundation, che ha investito dal 2000 in poi 106 milioni di dollari in sovvenzioni allo studio, ha chiuso i suoi uffici russi nel 2009. La MacArthur Foundation, che ha destinato a questo settore mediamente 7-8 milioni di dollari l’anno, ha dimezzato tali stanziamenti dopo il 2011, interrompendo alcuni specifici programmi di istruzione [7]. Nonostante la Carnegie Corporation abbia tendenzialmente mantenuto stabili i propri finanziamenti, ciò non è stato sufficiente a compensare le perdite.

Nel 2015 uno studio commissionato dall’Association for Slavic, East European, and Eurasian Studies (ASEEES) ha rilevato come gli studi in materia di Russia nelle scienze sociali stiano fronteggiando una crisi con un declino tanto d’interesse quanto di numeri concreti all’interno delle università. Come si legge nel rapporto: «A causa sia di trend interni alla scienza politica […] che del declino d’interesse da parte del pubblico americano e del governo in Russia a seguito della fine della Guerra Fredda, ci sono meno docenti nei dipartimenti di scienza della politica che lavorano sulla Russia di quanti ce ne fossero anche solo un decennio fa e anche meno dottorandi. Questa è la crisi più seria che affronta il settore» [8].

Vari studiosi hanno recentemente lamentato i danni provocati dai tagli fiscali del Congresso, altri la miopia dei legislatori su argomenti così sensibili e infine il “culto della fungibilità” [9]. Quest’ultimo, secondo Mark Galeotti – uno dei più autorevoli studiosi di questioni di sicurezza russe –, prevede che a Washington si ritengano gli esperti, una volta formati, come risorse adatte ad ogni esigenza e impiegabili senza alcun riguardo alla specializzazione nei singoli area studies. A dispetto degli imperativi politico-finanziari che spingono il Congresso a razionalizzare il bilancio, la formazione di expertise e di reti di conoscenza sono attività di lungo periodo tanto intangibili quanto cruciali per tutto il “sistema Paese”, dal settore economico e culturale fino al supporto delle attività statali. Un danno a questi capitoli di spesa costituisce una fonte di debolezza nel lungo periodo per il sistema educativo e il policy-making governativo. Non a caso, durante la Guerra Fredda le principali università statunitensi avevano interi dipartimenti dedicati alla comprensione dell’Unione Sovietica. I migliori talenti americani – molti dei quali fluenti in lingua russa, formati nelle varie accademie e attratti poi nelle agenzie governative – si interfacciavano con il governo sulle questioni politiche, diplomatiche e di sicurezza nazionale. Con la fine del bipolarismo le attenzioni a questa regione sono calate, i fondi disponibili diminuiti e vari esperti o docenti sono usciti dall’orbita educativa e soprattutto governativa [10].

Un secondo fattore consiste nel comportamento delle stesse autorità russe che, impegnate a contenere le influenze esterne sulla società domestica, hanno varato interventi legislativi o amministrativi dagli effetti ormai pienamente tangibili. Un esempio è dato dalla politica di ri-chiusura degli archivi statali dopo un breve periodo di apertura nei primi anni Novanta. Che interessino la genericità degli atti statali o i settori più sensibili (come ad esempio gli archivi diplomatici), la situazione è oggi ben lontana dagli standard occidentali di divulgazione archivistica. Sempre in materia di segreto di Stato citiamo anche il ripristino di censure e vagli simili a quelli sovietici, con il controllo e il potere di veto da parte dei servizi sulla produzione accademica [11].

Accanto a queste misure, sussiste un più ampio indirizzo di chiusura della società russa a influenze o “interferenze” esterne, parte della più generale strategia “anti-rivoluzioni colorate” elaborata dal Cremlino [12]. Questo orientamento contribuisce a smorzare non solo i rapporti tra le ONG e gli atenei con l’estero (cozzando peraltro con i piani governativi sul rilancio e sull’internazionalizzazione del sistema universitario russo [13]), ma anche a rendere più opaco l’ambiente domestico agli osservatori esterni. Un esempio è dato dall’applicazione della “legge sugli agenti stranieri” del 2012 e di quella sulle “organizzazioni indesiderate” del 2015, che hanno fortemente arrestato – se non completamente interrotto – anche le attività di rispettati istituti demoscopici ed enti di studio o di ricerca [14].

Gli organismi che si occupano di sondaggi socio-politico-elettorali sono cruciali per l’elaborazione di dati sulla società domestica che siano accessibili anche a osservatori, giornalisti e studiosi esteri. Istituti come il Center for Independent Social Research (CISR), sono stati colpiti dalle recenti leggi, mentre il Social Politics and Gender Research Center è stato costretto a chiudere. Il caso più rilevante è però quello del Levada Center, che si è per lungo tempo confermato una fonte insostituibile per la diffusione all’estero di analisi e statistiche in lingua inglese sulla società locale, ritagliandosi un ruolo chiave anche al di fuori della comunità della sociologia russa. Il 5 settembre il Ministero della Giustizia lo ha inserito nella lista degli “agenti stranieri” con l’accusa di ricevere finanziamenti dagli Stati Uniti tramite accademie che finanziano i propri studi con fondi governativi [15]. Una mossa che ha destato preoccupazione sia nella comunità accademica russa che in quella estera [16]. Anche università e società norvegesi, inglesi, svizzere e tedesche hanno investito nel prestigioso istituto. Secondo il direttore del Centro, l’accusa è stata avanzata da un gruppo definito «il megafono attraverso il quale si esprimono gli interessi politici di gruppi legati ai servizi segreti e ad altri apparati di sicurezza» [17].

La sopravvivenza dell’ente, guidato nel tempo dai due sociologi, Yury Levada e Lev Gudkov, è a serio rischio: con il marchio di “agenti stranieri” l’Istituto non può svolgere le proprie attività. Come ha denunciato lo stesso Gudkov: «il marchio stesso di “agente straniero”, nel nostro Paese inteso esclusivamente come sinonimo di “spia” e “sabotatore”, ci impedisce di realizzare sondaggi di opinione. La paura, retaggio d’epoca sovietica, paralizza la gente, soprattutto chi ha rapporti con le strutture statali» [18]. Alcuni sociologi e commentatori hanno parlato della volontà di chiudere l’ultima realtà indipendente di rilievo che è in grado potenzialmente, con i propri sondaggi in materie sensibili (dalla politica estera al gradimento della leadership), di influire sulla stabilità nazionale [19].

Un terzo fattore è rappresentato dal fisiologico trascorrere del tempo, che ha portato un largo numero di rinomati funzionari ed esperti dell’area russa fuori dal settore e, in particolare, fuori dalle amministrazioni statali. Come ha rilevato Anders Aslund (Georgetown University e Atlantic Council): «Il calo nelle capacità è ampiamente riconosciuto. Ci sono un sacco di persone che sono molto vecchie e un sacco di persone che sono molto giovani» [20]. La maggioranza degli esperti di affari sovietici operanti nel pubblico e nel privato si sono ritirati negli anni Novanta e solo un numero limitato opera ancora in università o centri di studio privati. Una causa è stata la crescita di attenzioni verso aree quali il Medio e l’Estremo Oriente, che si sono affermate come regioni di stretto interesse e attualità, nonché particolarmente ambite anche in termini di possibilità di carriera. Secondo McFaul «L’esperienza nel governo non è così robusta come lo era 20 o 30 anni fa, e lo stesso nell’accademia» [21]. Come aggiunge Strobe Talbott, già diplomatico e uomo chiave dell’amministrazione Clinton per la Russia: «È certamente più difficile per la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e la comunità di intelligence trovare promettenti esperti regionali che sono veramente esperti in quella regione», aggiungendo come si tratti di un «problema di mercato» [22].

Come riassume Giovanni Savino, professore alla RANEPA di Mosca, la conoscenza della situazione russa è piuttosto scarsa per una serie di ragioni. Tra queste, la smobilitazione dei vari centri di ricerca dopo la fine della Guerra Fredda, la difficoltà nel capire cosa sia la Russia oggi e una certa pigrizia nell’utilizzare schemi del passato. Come conferma il docente italiano: «Nel 2013 il Dipartimento di Stato ha abolito una serie di finanziamenti ai programmi di ricerca dell’area slava, eurasiatica e russa, poi in parte ripristinati a seguito degli avvenimenti ucraini». «Il trend attuale vede troppa confusione, “esperti” senza esperienza (nel senso che non hanno un percorso di formazione specifico, un profilo maturato in anni sul campo, ecc). Queste modalità poco professionali creano non un dibattito (doveroso) sulle relazioni internazionali e con la Russia, ma una logica da tifo, che poco riesce a sviscerare le questioni scottanti dell’attualità» [23].

Questa dinamica trascende la sfera accademica e ha rilevanti ricadute in termini di politica estera. Oltre all’ordinario policy-making, anche i settori più sensibili dell’apparato statale hanno l’esigenza di avere un’accurata conoscenza delle proprie aree di attività: dalle forze armate ai servizi d’informazione e sicurezza, chi si occupa degli interessi nazionali ha la necessità di padroneggiare il proprio settore. E non solo per avere i mezzi per influenzare determinate aree ma anche per difendersi dalle medesime attività altrui. Proprio recentemente, a seguito di un rinnovato dibattito sulle attività d’intelligence e influenza russe in Occidente [24], hanno trovato spazio le denunce sull’atrofia di expertise in questo campo [25]. Senza contare che ogni attore detiene una specifica cultura strategica e una tradizione in materia d’intelligence, la cui conoscenza risulta un elemento cruciale [26].

Per tutta una serie di ragioni, il mondo scientifico e quello delle burocrazie statali – passando per la galassia di enti e istituzioni ibride che vi si collocano in mezzo – hanno diminuito attenzione, fondi e personale diretti a mantenere e coltivare la propria conoscenza di apparati e dinamiche che a Mosca si continuano a confermare del tutto rilevanti. In seguito alla fine del bipolarismo si è infatti assistito alla dismissione di un’ingente ricchezza di conoscenze ed esperienze accumulate da istituzioni militari e d’intelligence relative a Mosca. Sulla scia del dibattito sulla guerra ibrida in Ucraina e dell’intensificarsi della competizione d’intelligence tra Occidente e Russia, si è lamentata da più parti l’assenza delle necessarie competenze. Come conclude uno studio di Chatham House sulle peculiarità russe nelle modalità di influenza occorre «rigenerare l’expertise sulla Russia in tutte le branche governative» per contrastare l’amatorialità vigente [27].

In questo contesto, vari governi hanno lanciato campagne per assumere il personale necessario, arrivando a contattare veterani della Guerra Fredda ed esperti ormai in pensione [28]. Prima della conclusione dell’Amministrazione Obama, l’intelligence statunitense ha riorientato le proprie operazioni sulla Federazione Russa, elevandola nella lista delle “intelligence priorities” per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda [29]. Si tratta secondo le autorità di «uno sforzo volto a ricostruire le capacità d’intelligence degli USA che hanno continuato ad atrofizzarsi anche quando la Russia ha cercato di riaffermarsi come una potenza globale» [30]. Come ricostruisce il Washington Post, alcuni critici hanno lamentato la lentezza statunitense nel comprendere e gestire la sfida russa; secondo il Presidente del Comitato intelligence della Camera Devin Nunes, ad esempio, «il fallimento nel comprendere i piani e le intenzioni di Putin è  stato il più grande insuccesso d’intelligence dal 9/11» [31]. Correttivi della Casa Bianca e dell’Office of the Director of National Intelligence che, pur confermandosi urgenti, richiedono un lasso di tempo non indifferente per conseguire i propri effetti.

Una dinamica che rientra nel più ampio indirizzo strategico statunitense che – nell’ultima National Security Strategy disponibile – prevede un ri-orientamento verso le relazioni tra grandi potenze (con particolare riferimento a Cina e Russia) e un rinnovato impegno nelle modalità di deterrenza nei confronti di eventuali aggressioni o intimidazioni russe ai vicini [32]. Il documento, che fa riferimento anche a maggiori investimenti e attenzioni alla propria intelligence, accenna anche ad «altri mezzi» oltre alle sanzioni mediante i quali mantenere la pressione sulla Federazione e aiutare i propri alleati a contrastarne i tentativi di coercizione o sovversione [33]. Tematica, quest’ultima, tornata peraltro al centro della riflessione di varie intelligence, come emerge dalla crescente attenzione alle misure di guerra politica esercitate dalla Federazione Russa in Europa e Stati Uniti (in particolare operazioni politico-informative e d’influenza). Un dato testimoniato anche dal graduale ma crescente ritorno di analisi sul tema delle “misure attive”, ossia le misure d’influenza clandestine tipiche della tradizione russo/sovietica (propaganda, disinformazione, supporto a gruppi e fronti esteri, agenti d’influenza, ecc) [34]. Il senso d’urgenza si percepisce dal ritmo delle pubblicazioni specialistiche su questi temi, il richiamo sempre più ricorrente delle intelligence ai timori di destabilizzazione o ingerenza in svariate elezioni nazionali, i crescenti contatti con i partiti anti-sistemici, il tema sempre più pressante della guerra informativa [35].

In definitiva, il caso statunitense rappresenta una “cartina di tornasole” che permette di comprendere l’impellenza per gli attori europei di creare un solido know how in materia di affari russi ed eurasiatici. Il Regno Unito detiene una vibrante comunità accademica di estrema qualità; alcune fondazioni private tedesche (come la Robert Bosch Stiftung e la Konrad-Adenauer-Stiftung) forniscono finanziamenti per le ricerche e alcuni programmi comunitari di studio (come l’Erasmus +) prevedono scambi, ma difficilmente i circoli governativi europei detengono una particolare expertise in materia di Russia. La situazione è anzi più grave di quella statunitense. Una condizione paradossale se si considera che la Federazione è un vicino diretto con cui il confronto rimane aperto, ad esempio in sede di Politica Europea di Vicinato.

“Secondo Savino: «A livello di finanziamenti, in Italia scontiamo grandi ritardi, mentre per ciò che riguarda gli Stati Uniti c’è una certa ripresa nel provare a sostenere programmi e studi d’area» [36]. E in effetti è possibile registrare una recente inversione di tendenza, come dimostrano i fondi del Titolo VIII (“Program for Research and Training on Eastern Europe and Eurasia/Independent States of the Former Soviet Union”), che sono stati ripristinati con la modesta cifra di 1,5 milioni di dollari nel 2015 e 2016 [37]. Nel settembre 2016 la Carnegie Corporation di New York ha stanziato ben 3 milioni di dollari per gli studi sulla Russia nelle università statunitensi [38]. È possibile ipotizzare un’accelerazione di questa tendenza sull’onda della crescente attenzione al tema delle interferenze russe nel panorama informativo ed elettorale, sia negli Stati Uniti che in Europa [39].

Una serie di investimenti educativi, la presenza di un solido sistema universitario, un retroterra di autorevoli think tank, una rete di sinergie tra il pubblico e il privato e una maggiore attenzione del decisore politico sono alcune delle possibili vie d’uscita da questa situazione. Correttivi che ad ogni modo richiedono – per motivi strutturali – un certo lasso di tempo per produrre i loro effetti.

* Alessandro Pandolfi è OPI Contributor

[1] Research and Training on Eastern Europe and the Independent States of the Former Soviet Union, United States Code, Title 22, Ch. 55.

[2] L. Adams, Why America needs to fund the next generation of Russia scholars, “Russia Direct”, November 5, 2013.

[3] Ad esempio K. Yalowitz e M. Rojansky, The Slow Death of Russian and Eurasian Studies, “The National Interest”, May 23, 2014; C. King, The Decline of International Studies, “Foreign Affairs”, July/August 2015.

[4] Title VIII Funding Cut, Association for Slavic, East European and Eurasian Studies (ASEEES), 10/22/2013.

[5] P. Koshkin, Fulbright: 40 years in Russia, “Russia Direct”, Sep 26, 2013.

[6] L. Adams, Why America needs to fund the next generation of Russia scholars, cit.

[7] K. Yalowitz e M. Rojansky, The Slow Death of Russian and Eurasian Studies, cit.

[8] T. P. Gerber, The State of Russian Studies in the United States: An Assessment By the Association For Slavic, East European, and Eurasian Studies, ASEEES, July 2015, pp. 45-46.

[9] Key Russia Program Axed Amid U.S. Government Cuts, “The Moscow Times”, Nov. 04 2013.

[10] J. Horowitz, Russia Experts See Thinning Ranks’ Effect on U.S. Policy, “The New York Times”, March 6, 2014.

[11] C. Bettiol, Russia: Scienza e segreti di Stato, “East Journal”, 23 novembre 2015.

[12] T. Ambrosio, Insulating Russia from a Colour Revolution: How the Kremlin Resists Regional Democratic Trends, “Democratization”, Vol. 14, Issue 2, 2007, pp. 232-252; R. Horvath, Putin’s ‘Preventive Counter-Revolution’: Post-Soviet Authoritarianism and the Spectre of Velvet Revolution, “Europe-Asia Studies”, Vol. 63, No. 1, 2011, pp. 1-25.

[13] V. Kolotilov, Russian Academia’s Struggle to Attract Top Talent, “The Moscow Times”, February 8 2016.

[14] A. Gorbachev, Russia Clamps Down On ‘Undesirables’ With New Law, “Newsweek”, 5/28/15.

[15] T. P. Gerber e J. R. Zavisca, The Kremlin blamed our work when it declared Russia’s most respected polling firm a ‘foreign agent’, “The Washington Post”, September 17, 2016. Si noti come le finalità della Minerva Initiative, implicata nell’accusa al Levada, rappresentino alla perfezione quanto osservato sul legame tra conoscenza e governi, prevedendo la sponsorizzazione del Dipartimento della Difesa per ricerche universitarie in materia di scienze sociali nelle «aree d’importanza strategica per la politica di sicurezza nazionale statunitense». Program History & Overview, The Minerva Research Initiative.

[16] I. Nechepurenko, Russian Polling Center Is Declared a ‘Foreign Agent’ Before Elections, “The New York Times”, Sept. 5, 2016; E. Hartog, One Answer Too Many: The Fall of Russia’s Only Independent Pollster Levada, “The Moscow Times”, Sep. 15 2016.

[17] L. Gudkov, Dichiarazione del direttore del Centro demoscopico Levada, trad. di M. Berrone, p. 1.

[18] Ibidem.

[19] D. Treisman, Why the Kremlin Hates Levada Center, “The Moscow Times”, May 24 2013; O. Bocharova, Why Russia needs the Levada Center, “openDemocracy”, 14 September 2016.

[20] J. Horowitz, Russia Experts See Thinning Ranks’ Effect on U.S. Policy, cit.

[21] Ibidem.

[22] Ibidem.

[23] G. Savino, intervista personale, 20 settembre 2016.

[24] Si vedano ad es. P. Foster e M. Holehouse, Russia accused of clandestine funding of European parties as US conducts major review of Vladimir Putin’s strategy, “Telegraph”, 16 Jan. 2016; D. Priest, E. Nakashima e T. Hamburger, U.S. investigating potential covert Russian plan to disrupt November elections, “The Washington Post”, September 5, 2016; D. E. Sanger, Putin Ordered ‘Influence Campaign’ Aimed at U.S. Election, Report Says, “The New York Times”, Jan. 6, 2017; J. Huggler, R. Oliphant, Russia is targeting French, Dutch and German elections with fake news, EU task force warns, “Telegraph”, 24 January 2017.

[25] J. Horowitz, Russia Experts See Thinning Ranks’ Effect on U.S. Policy, cit.; K. Demirjian, Lack of Russia experts has some in U.S. worried, “The Washington Post”, December 30, 2015.

[26] A. Pandolfi, Che errore disperdere l’expertise d’intelligence sull’Urss!, “Cronache Internazionali”, 18 giugno 2015.

[27] J. Sherr, Hard Diplomacy and Soft Coercion. Russian Influence Abroad, London, Chatham House, 2013, p. 128.

[28] Si veda ad esempio il caso inglese: B. Farmer, Britain calls up Dad’s Army of spies to watch Russia, “Telegraph”, 07 Jun. 2014; B. Riley-Smith, Wanted: Russian-speaking spies to help MI5 keep tabs on Vladimir Putin, “Telegraph”, 15 Feb. 2015.

[29] G. Miller, As Russia reasserts itself, U.S. intelligence agencies focus anew on the Kremlin, “The Washington Post”, September 14 2016.

[30] Ibidem.

[31] Ibidem.

[32] White House, National Security Strategy Report 2015, February 2015.

[33] Ad esempio Ibid, p. 8 e p. 25.

[34] Un testo tuttora d’attualità consiste in R. H. Shultz, R. Godson, Dezinformatsia. Active Measures in Soviet Strategy, Washington, Pergamon Press, 1984. Per alcuni richiami recenti alle misure attive K. Giles, Handbook of Russian Information Warfare, NATO Defense College, Fellowship Monograph 9, Rome, November 2016 pp. 24-27; M. Galeotti, Putin’s Chaos Strategy Is Coming Back to Bite Him in the Ass, “Foreign Policy”, October 26, 2016; A. Weisburd, C. Watts, J.M. Berger, Trolling for Trump: How Russia Is Trying to Destroy Our Democracy, “War on the Rocks”, November 6, 2016. Tra gli sviluppi più concreti la previsione, nell’Intelligence Authorization Act 2017, di un’agenzia che torni ad occuparsi specificamente delle misure attive; A. Watkins, Senate Committee Looks To Revive Cold-War Era Body To Catch Russian Spies, “BuzzFeed”, Jun. 21, 2016.

[35] La minaccia della sovversione del Cremlino è stata evidenziata nel corso dell’ultimo triennio da una vasta quantità di servizi d’intelligence in dichiarazione pubbliche o documenti ufficiali, tra cui quelli di Germania, Repubblica Ceca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Lituania, Estonia e Regno Unito. Tra le ricadute pratiche, l’istituzione dell’“Abwehrzentrum gegen Desinformation” (“Centro di Difesa contro la Disinformazione”) tedesco, del “Centre Against Terrorism and Hybrid Threats” nella Repubblica Ceca e le crescenti attività di istituzioni quali la EU East StratCom Task Force e il Centro di Eccellenza della NATO per la Comunicazione Strategica (NATO STRATCOM).

[36] G. Savino, intervista personale, cit.

[37] Grants Notice EE-ERT-15-001 e EE-ERT-16-002, U.S. State Department, Bureau of Intelligence and Research, April 2015 e April 2016.

[38] Russia Area Studies, Carnegie Corporation, Sept. 26 2016.

[39] S. Kolowich, Russia Scholars Hope for an End to Their Field’s Bear Market, “The Chronicle of Higher Education”, February 17, 2017; R. Oliphant, R. Mulholland, J. Huggler, S. Boztas, How Vladimir Putin and Russia are using cyber attacks and fake news to try to rig three major European elections this year, “Telegraph”, 13 February 2017.

Photo credit: Russian State Library

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Source: www.bloglobal.net

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